.jpg?width=1024)
Meloni e Von der Leyen
All'improvviso l'incantesimo si rompe e Donald Trum sembra più lontano. Giorgia Meloni non si nasconde. Sa che la mossa del presidente americano è un errore. E questa volta non si chiude la bocca: «L'introduzione da parte degli Usa di dazi verso l'Unione Europea è una misura che considero sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti». Ma ora? Ora si apre una partita nuova perchè è la prima volta che la premier critica apertamente la scelta del presidente americano, dopo aver evitato di sbilanciarsi rispetto agli annunci scanditi in queste settimane da Washington. E anche se la Casa Bianca ha chiarito che non ci saranno negoziati, il commento di Meloni lascia intendere che conta su margini di trattativa: «Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l'obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l'Occidente a favore di altri attori globali. In ogni caso, come sempre, agiremo nell'interesse dell'Italia e della sua economia, anche confrontandoci con gli altri partner europei». Ora dopo ora la linea dell'Italia. Meloni si confronta con i suoi. oggi la partita sui Dazi è la priorità assoluta e non è un caso che in mattinata decide di cancellare ogni impegno. La tensione è alta e in tutti i "faccia a faccia" più privati non nasconde i rischi di «risvolti pesanti» dalle barriere commerciali americane, pur senza arrivare a definirli un «errore profondo» come fatto in modo limpido dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
La nuova partita si apre ora. Trump ha deciso. Meloni non può non reagire. Non può fare fronte comune con i partner Ue. Lo dicxe. Lo ridice. «Se servirà bisognerà difendere gli interessi nazionali, ed europei, immaginando risposte adeguate». I contatti con i leader dei Paesi Ue si accavallano. Tutti sentono tutti. «Siamo già al lavoro con la Ue e i partner europei per una prima valutazione e una risposta comune», ripete Antonio Tajani, che nelle prossime ore a Bruxelles incontrerà il commissario al Commercio Sefcovic, e predica una «risposta basata su un approccio pragmatico, basato sul dialogo. Serve un negoziato costruttivo, con la schiena dritta - è convinto il ministro degli Esteri -, che tenga conto delle preoccupazioni americane ma tuteli i sacrosanti interessi europei. Il Governo non lascerà indifeso il sistema produttivo italiano».
Anche il Quirinale guarda con attenzione gli sviluppi della sfida Usa. E si attende dall'Europa una risposta «compatta, serena e determinata». Una risposta inevitabile, di fronte a un presidente americano che parla esplicitamente di guerra commerciale. Ma anche non dettata dall'impulsività. Non piace al Colle la parola «rappresaglia» ma è certo che al Quirinale si auspica una risposta adeguata e in tempi non lunghissimi. Insomma, una scelta razionale, da parte dei 27 paesi dell'Unione che devono agire in modo compatto dopo avere analizzato, nel dettaglio, l'impatto sui singoli settori. Tutti ragionamenti che in questi giorni sono diventati espliciti anche a Palazzo Chigi, dove per settimane si è coltivata la speranza che l'Italia potesse comunque in qualche modo essere risparmiata, anche in virtù di quei buoni rapporti vantati fin dall'insediamento di Trump. Oggi, si ragiona nella maggioranza, è diventato più chiaro che l'interlocutore è più imprevedibile di quanto si poteva immaginare inizialmente. E se il mantra dei meloniani (che a Bruxelles si sono astenuti sulla relazione sulla difesa anche perché il documento era troppo sbilanciato su posizioni anti-trumpiane) rimane quello del "dialogo" con l'alleato americano, altrettanto inevitabile appare oramai la necessità di rispondere. A livello comunitario e non con una negoziazione bilaterale come insiste la Lega.
Dalle opposizioni si fa sentire Matteo Renzi: «Ci attendono tempi duri, dovremo riscrivere le regole europee, aprire nuovi mercati, imporre contromisure agli americani. Una cosa è chiara: chi diceva che Meloni e Salvini avevano un rapporto speciale con Trump, mentiva. Quante fake news ci hanno raccontato in queste settimane. E quanti italiani ci hanno creduto! Questa destra fa male, fa male a tutti, soprattutto ai lavoratori e alle imprese: forse finalmente il mondo produttivo lo capirà. Tuttavia rischiamo di pagare un prezzo durissimo: licenziamenti, inflazione, crisi aziendali... Il governo sembra non rendersi conto della situazione e continua con le frasi fatte. Diranno ancora che i dazi sono un'opportunità? Sono una tragedia, altro che opportunità. All'Italia serve la globalizzazione, non il sovranismo. Serve l'apertura al mondo, non servono i muri e le chiusure. Servono i politici perchè i populisti fanno danni, qui come a Washington».