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Il miliardario Musk alle spalle di Trump nello Studio Ovale - Reuters
Sta per finire l’idillio tra Donald Trump e Elon Musk. Erano giorni che si rincorrevano voci, il primo è stato il sito Politico, sull’uscita di scena dalla nuova Amministrazione dell’irriverente miliardario. Indiscrezioni che la Casa Bianca aveva liquidato come «scoop spazzatura». Giovedì è arrivata la conferma dallo stesso presidente: «Elon è fantastico. Ma deve anche gestire un gran numero di aziende, a un certo punto dovrà andarsene». L’addio, ha precisato il tycoon, dovrebbe concretizzarsi «tra qualche mese», tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, ovvero alla scadenza del mandato di 130 giorni affidatogli come consulente senior, non eletto, del dipartimento per l’Efficienza governativa (Doge), l’ufficio dedicato alla riforma del pubblico impiego e alla lotta contro sprechi e corruzione. Molti scommettono sul fatto che la fine della collaborazione tra i due, personalità per certi versi molti simili per volubilità e sete di protagonismo, possa consumarsi anche prima dei termini previsti dall’incarico.
Musk, titolare di una galassia di piccole e grandi aziende, è stato il maggior finanziatore della campagna presidenziale repubblicana nelle cui casse ha iniettato quasi 300 milioni di dollari. Appena eletto, The Donald gli ha steso in cambio tappeti rossi alla Casa Bianca dandogli persino la possibilità di partecipare alle riunioni di gabinetto. A marzo, lo ha incensato davanti al Congresso nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Il mese prima, gli aveva concesso pure il privilegio di una irrituale intervista “a due” per celebrare il primo mese di lavoro insieme mettendo a tacere le primissime voci di frizioni e le malelingue che parlavano di Musk come del presidente ombra.
Il contratto di cui è titolare l’uomo più ricco del mondo, arrivato al potere con lo spettro di vistosi conflitti di interesse sulle spalle, può essere rinnovato solo il prossimo anno. Ci si chiede, tuttavia, se Trump proverà a trovare un escamotage per tenerlo agganciato e se Musk, segnato dalle forti perdite di Tesla, è ancora interessato a fare parte della squadra. Di certo c’è che nel governo molti non vedono l’ora che il “bad boy” si faccia da parte. Si dice che i licenziamenti di massa del Doge, disposti con la stessa spietatezza con cui nel 2022 ristrutturò Twitter (oggi “X”), abbia fatto infuriare i titolari dei ministeri colpiti dal repulisti. Il direttore dell'Fbi, Kash Patel, e la direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, avrebbero addirittura sollecitato i propri dipendenti a ignorare i suoi editti. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy si sarebbe dovuto imporre per limitare il numero dei controllori di volo da congedare in presenza di concreti rischi per la sicurezza.
Tra i protagonisti della rivolta c’è Marco Rubio, il numero uno della diplomazia a stelle e strisce, irritato dallo smantellamento di Usaid, l’agenzia per gli aiuti allo sviluppo – controllata dal Dipartimento di Stato – che per sessant’anni è stata il simbolo del soft power americano nel mondo. Pare che i due, Rubio e Musk, si siano affrontati in un incontro – con il primo che sbraitava furioso mentre il secondo replicava impassibile – che ha costretto Trump a intervenire facendo da paciere. In quella circostanza, così ha rivelato il New York Times, il presidente ha cautamente preso le difese del ministro degli Esteri e chiesto a Musk interventi più «chirurgici» e meno sommari. A colpi di bisturi e non di machete. Il patron di Tesla e di Starlink avrebbe reagito ricordando al tycoon che è titolare di aziende con una capitalizzazione di mercato da decine di miliardi di dollari e che i risultati delle sue prestazioni parlavano da soli.
La dicono lunga, tuttavia, anche i sondaggi. Secondo una rilevazione Reuters/Ipsos il gradimento di Musk tra gli americani è precipitato dal 57% al 39%. Dati rilanciati anche da Fox News, notoriamente trumpiana, che ha segnalato uno studio della Marquette Law School secondo cui sei americani su dieci disapprovano il lavoro del miliardario. All’interno del Grand Old Party pesa anche il fallimento della campagna che ha visto Musk protagonista in Wisconsin della campagna per l’elezione di un giudice della Corte Suprema statale. La batosta, usata dai suoi nemici nel partito come capro espiatorio, gli è costata 25 milioni di dollari. I soldi posso comprare molte cose, ma non tutto.