venerdì 10 novembre 2023
Dopo la strage dei kibbutz, si sono moltiplicati gli attacchi alle comunità dell’«Area C» della Cisgiordania: sessanta sono state abbandonate dai pastori e dagli agricoltori arabi
La comunità di Khan al-Ahmar nell’«Area C» della Cisgiordania

La comunità di Khan al-Ahmar nell’«Area C» della Cisgiordania - Capuzzi

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Nessuno cammina per la salita di pietre e polvere intorno alla quale si sviluppa al-Abou Dauq. Dietro i teli neri che fungono da imposte sulle finestre, le case sembrano disabitate. Poi, uno dopo l’altro, visi di bambini spuntano dalle porte di compensato. Piano piano escono, curiosi, ma si tengono a distanza, improvvisando giochi di gruppo. «A quest’ora dovrebbero essere in classe. Ma la scuola è chiusa. I soldati hanno detto che riaprirà alla fine della guerra», dice Abu Ismail, 55 anni, il più anziano del villaggio e capo della famiglia allargata che lo costituisce.

«Sono nato e cresciuto qui, come mio padre, come i miei figli e i miei nipoti. Mio nonno no, lui era di Be’er Sheva ma ha dovuto lasciarla dopo la guerra del 1948 e alla fine, nel 1951, ha trovato questo posto. Poi, negli anni Settanta sono arrivati i coloni ebrei. All’inizio erano pochi ma, negli ultimi decenni, sono diventati sempre di più. Dal 2017 il governo cerca di sgomberarci per fare spazio a loro. Finora, grazie alla pressione internazionale, la Corte Suprema ha sospeso lo sgombero. Ora, dopo il 7 ottobre, avrà la scusa per farlo», racconta, seduto sotto la tenda impiegata per le riunioni, mentre versa nei bicchieri di plastica un amarissimo caffè arabo appena preparato.

Al Abouq Dauq, con i suoi 250 abitanti e il doppio di pecore e capre, fa parte di Khan al-Ahmar, una delle duecento comunità di pastori e agricoltori arabi – rispettivamente beduini e falahim – “non riconosciute” e disseminate in quel 60 per cento della Cisgiordania sotto il controllo di Israele. In via temporanea, dicevano gli accordi di Oslo. Trent’anni dopo, l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ancora non ha giurisdizione e i palestinesi che vi abitano sono amministrati dall’esercito di Gerusalemme. Buona parte dei villaggi beduini si trova lungo la “Route 90” che collega Gerusalemme a Gerico, attraversando la valle del Giordano, lungo la quale moderne piantagioni di palme da dattero dai nomi ebraici, spesso nuovissime, si alternano a piccoli accampamenti palestinesi. Una zona strategica perché divide in due metà i Territori. Da qui il crescente interesse dei coloni israeliani per aggiudicarsela, moltiplicando le costruzioni.

Di fronte ad al-Abou Dauq c’è Ma’ale Adumim, fondato nel 1975 e abitato attualmente da 40mila persone, e ancora più ridosso, la sua costola, Kfar Adumim, creato quattro anni dopo. È quest’ultimo – dove buona parte dei 5mila residenti si riconosce nel nazionalismo radicale – a dare più filo da torcere ai beduini. Specie ora che al governo c’è l’ultradestra. Gli attuali ministri della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, e delle Finanze, Bezalel Smootrich, hanno ingaggiato un braccio di ferro per sgomberare le comunità beduine nell’intento – più volte esplicitato – di “giudaizzare” la valle del Giordano. Il massacro perpetrato da Hamas ha dato un nuovo pretesto per intensificare le pressioni. «Subito hanno chiuso la scuola. La frequentavano oltre duecento bambini. È l’unica della zona, l’hanno costruita gli italiani – sottolinea mostrando il logo della Cooperazione italiana sul cartello affisso al cancello insieme a quello dell’Ue –, venivano da tutti i villaggi vicini per frequentarla. Ora niente. Non lasciano passare gli insegnanti e non vogliono che ci riuniamo in più di dieci. Nemmeno per studiare. Nemmeno per pregare in moschea. Chi l’ha ordinato? I soldati e i coloni, che ora sono la stessa cosa».

Anche molti residenti degli insediamenti sono stati chiamati fra i 360mila riservisti mobilitati da Israele per la maxi-offensiva su Gaza. Svolgono il servizio, però, come sicurezza per gli insediamenti. «Due settimane fa, un gruppo di coloni in divisa ha fermato due ragazze di 16 e 17 anni che erano andate a recuperare le capre entrate nel loro territorio. Hanno detto che ora erano dell’esercito e potevano arrestarle. Alla fine le hanno rilasciate ma hanno costretto le famiglie a pagare una multa dell’equivalente di oltre mille euro. Due giorni fa è toccato a un bambino di 9 anni. Hanno detto che non possiamo fare pascolare gli animali sulle colline. Dobbiamo stare chiusi qui e per assicurarsi che lo facciamo ci controllano con i droni». L’accesso alla Route 90, inoltre, è stato bloccato. Per raggiungere la comunità ci si deve inoltrare per una serie di stradine bianche. «Tanti ragazzi lavorano nella zona industriale di Mishor Adumim, nella parte israeliani, ma ora non possono andarci, hanno congelato i permessi. Niente lavoro qua, niente lavoro là, ci impediscono di vivere per costringerci ad andare via», dice Abu Ismail.

Khan al-Ahmar è tutt’altro che un caso isolato. L’intera valle del Giordano, le colline a sud di Hebron e il distretto di Ramallah sono in fiamme. Nel senso letterale. Questa settimana sono stati denunciati una serie di attacchi incendiari a Samrah e Ein Shibli che hanno costretto numerose famiglie a fuggire. A-Nassariyah è vuota dal 13 ottobre. Secondo l’Ufficio Onu per i diritti umani (Ocha), tra gennaio 2022 e settembre 2023, gli scontri con i coloni hanno portato 1.100 palestinesi di una ventina di comunità a lasciare le proprie comunità. Quasi quanti hanno fatto i bagagli e smontato assi e lamiere nell’ultimo mese, 828 persone.

L’israeliano Dror Etkes, fondatore di Kerem Nevot ha realizzato una mappa per B’Tsehelem degli incidenti avvenuti nelle ultime quattro settimane. «Ho contato 15 piccole comunità di pastori e agricoltori completamente sgomberate con i loro 874 abitanti. Altri 89 sono scappati da sei comunità attaccate. Questi sono i casi che ho esaminato di persona. Significa che i villaggi colpiti sono molti di più, almeno tra i 50 e i 60 – spiega il ricercatore e attivista –. La violenza attuale non è nuova. È il risultato di un lungo processo di attualità. Certo, mai si erano raggiunti livelli simili».

Ha qualcosa di paradossale che ad innescarla sia stata proprio la strage del 7 ottobre. Anche ventidue beduini – dei circa 200mila residenti nel Negev israeliano, non in Cisgiordania – sono stati trucidati nella mattanza. Molti di loro sono celebrati come eroi dalla stampa dello Stato ebraico perché si sono sacrificati per salvare delle vite. Almeno sette pastori arabi, impiegati nei kibbutz del sud, sono stati sequestrati e ora sono prigionieri di Hamas. A Rahat, capitale beduina del deserto, gli abitanti hanno allestito un centro di coordinamento volontario per aiutare i sopravvissuti. «Non è una guerra tra ebrei e musulmani», ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog nell’incontro con le famiglie dei rapiti arabi del 26 ottobre.

«Ha ragione – conclude Abu Ismail –. Noi non c’entriamo con Hamas. Deve dirlo ai coloni, però. Anche se credo che lo sappiano ma non fa differenza».

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