
Un incubatore per la coltura embrionale in una clinica - ANSA
In Italia nascono sempre più figli concepiti in provetta, sempre più coppie si rivolgono a centri specializzati, sempre più cicli di fecondazione artificiale vengono avviati da coppie nelle quali l’età media delle aspiranti madri è sempre più alta.
È una lunga sequenza di cifre in costante crescita la relazione annuale del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 40, appena depositata nell’edizione che fotografa il 2022.
A vent’anni ormai dai falliti referendum del 12 giugno 2005, la legge che ha resistito ai tentativi di modifica in senso più permissivo attraverso il vaglio dei cittadini ma non a quelli – insistiti – per via giudiziaria mostra un profilo di genitorialità per via tecnologica che si fa ormai numericamente rilevante in una società che fa i conti con una crisi demografica senza precedenti.
Se le nascite complessive calano, il dato relativo di quelle da concepimento in vitro continuano a crescere: due anni fa sono venuti al mondo con le diverse tecniche utilizzate dai laboratori 16.718 neonati, pochissimi in più rispetto all’anno prima (erano stati 16.625) ma nella penuria generale di nuove culle la cifra equivale ormai al 4,3% dei bambini che nascono nel nostro Paese.
Un fenomeno demografico e sociale cresciuto in pochi anni, un passo alla volta, anche per effetto della duplice “liberalizzazione” introdotta dalle sentenze della Corte costituzionale: l’eliminazione del divieto di creare più di tre embrioni per ogni ciclo e dell’obbligo di impianto nel grembo materno di tutti quelli concepiti, con l’effetto di moltiplicare gli embrioni concepiti e poi congelati; e la caduta del divieto di fecondazione eterologa (con uno o entrambi i gameti ottenuti da “donatore”, in realtà perlopiù acquistati sul libero mercato internazionale).
Tra le migliaia di numeri delle 306 pagine della relazione, alcuni vanno annotati per capire le dimensioni che ha ormai assunto il fenomeno della “procreazione medicalmente assistita” in Italia. Nel 2022 le coppie che sono ricorse alla Pma sono state 87.192, per oltre i tre quarti (74.099) con gameti propri, ma con una crescita continua di quelle che hanno chiesto la fecondazione eterologa (13.093, il 22,8%). Tra queste ultime, quasi 8 su 10 hanno richiesto l’uso di ovociti, il 14,3% la “donazione” di seme e il 6,4% di entambi i gameti.
I cicli di fecondazione assistita avviati da tutte le coppie sono stati 109.755 con la «formazione» (è il termine usato dal report ministeriale) di 172.777 embrioni, dei quali poco più di 96mila sono stati quelli dichiarati “trasferibili” nel grembo materno, 76.736 quelli “non evolutivi” (che cioè hanno visto interrompersi la divisione cellulare), 33.423 quelli effettivamente trasferiti e ben 62.618 in un solo anno quelli “crioconservati”, in attesa che i genitori decidano in futuro cosa farne.
A fronte di meno di 17mila nati vivi, è facile constatare la sproporzione di grandezze di una tecnica procreativa che ha tassi di successo ancora molto relativi: se prendiamo come riferimento il totale dei cicli avviati stiamo parlando del 15,2%, mentre rispetto alle coppie entrate in un centro di procreazione artificiale solo una coppia su cinque in media arriva al “bimbo in braccio”; se infine il riferimento è il numero complessivo di embrioni concepiti, il successo delle diverse tecniche scende sotto il 10%. In generale, la relazione afferma che «diminuisce il numero di embrioni trasferiti in utero»: come effetto, «diminuiscono sia i parti gemellari che trigemini».
Il successo delle tecniche (a fresco, con gameti di persone esterne alla coppia o post-congelamento di embrioni) è in funzione anche dell’età delle donne, in media di 36,7 anni, superiore a quella europea (35). Sensibilmente più elevata l’età delle aspiranti mamme che cercano un figlio con gameti “donati”, che è di 41,9 anni in media col ricorso a ovociti non propri. Quanto al “mercato della provetta”, si conferma la netta prevalenza di centri privati (215) rispetto a quelli pubblici (98) e privati convenzionati (20).