giovedì 11 settembre 2014
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Doveva essere l’ultimo anniversario del crollo delle Torri gemelle celebrato all’insegna della guerra al terrorismo. Dopo 13 anni, l’uccisione di Osama Benladen e la decimazione di al-Qaeda, la Casa Bianca e il pubblico americano erano pronti a mettersi alle spalle Iraq e Afghanistan e a dichiarare, grossomodo, vinta la partita contro la rete del terrore che ha causato la morte di tremila persone e aperto una frattura ancora non sanata fra mondo occidentale e musulmano. Invece questo 11 settembre, alla vigilia del rientro degli ultimi soldati americani da Kabul, coinciderà con un nuovo impegno militare statunitense in Medio Oriente e una nuova fase nella battaglia Usa all’estremismo islamico, con imprevedibili conseguenze. Sono proprio le inevitabili ma non ovvie implicazioni di un’azione Usa in una regione a dir poco volatile ad aver trattenuto Barack Obama per tre anni da un maggiore coinvolgimento nella guerra civile siriana. Il presidente americano era preoccupato che eventuali armi Usa destinate ai ribelli moderati opposti al regime di Bashar al Assad sarebbero finite nelle mani dei gruppi jihadisti, o che un intervento diretto del Pentagono avrebbe alimentato l’ostilità anti-americana nel mondo arabo. Ma in pochi mesi gli equilibri di potere sono cambiati e così le priorità di Washington. Quando, un anno fa, Obama minacciò l’uso della forza contro Assad, colpevole di aver superato la «linea rossa» dell’uso di armi chimiche, l’opposizione del Congresso e dell’opinione pubblica lo costrinsero a fare marcia indietro.  Ora le brutali decapitazioni dei giornalisti James Foley e Steven Sotloff per le mani dello Stato islamico hanno toccato un nervo nel pubblico americano e, alla vigilia dell’11 settembre, il Paese scopre di aver ancora paura. Quasi un americano su due, il 47%, è convinto che le città americane siano meno sicure di quanto non fossero prima dell’11 settembre 2001. È un dato significativo: a un anno dal crollo delle Torri gemelle, nel settembre 2002, solo il 20% degli americani temeva una nuova strage, mentre l’anno scorso 28 su cento si erano detti preoccupati per possibili attentati. Non stupisce dunque che quasi i due terzi degli americani ritengono che sia nell’interesse degli Stati Uniti attaccare i miliziani sunniti in Siria e in Iraq e non solo con bombe e droni, ma anche inviando soldati nella regione dove sono morti 5mila membri delle forze armate Usa.
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