venerdì 7 novembre 2014
Cresce il prezzo delle bombole di gas per riscaldarsi e cucinare. Incrementate le unità abitative nell’Mall, trasformato da Focsiv in centro di accoglienza per chi fugge dalla guerra.
LA CAMPAGNA  "Emergenza Kurdistan non lasciamoli soli"
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Si affanna attorno al fornelletto da campeggio nello stanzone della Adiab School l’anziano capo famiglia, ma ormai la bombola è esaurita. È l’unica fonte di calore per riscaldarsi e cucinare: «Abbiamo pranzato in sei con due scatole di fagioli freddi», spiega agli operatori Focsiv. In tutta la struttura ci sono altri cinque fornelletti, per quelle 50 famiglie sinora neppure censite da Onu e autorità locali, benché anche loro sopravvivano da quasi tre mesi ad Ankawa. Sinora, la calca dei corpi e quel po’ di calore che si disperde nel preparare il cibo, hanno fatto superare le prime piogge e i dieci gradi notturni a queste 212 persone dimenticare. Sono in tutto otto i “campi privati” scoperti dal team Focsiv nell’ultimo mese: fantasmi, pure loro in estenuante attesa. Tra poche settimane, anche se nessuno vuole nominarlo, «sarà inverno».Il primo segnale, oltre ai termometri in calo, è il costo di una bombola di gas da campeggio: in una settimana. è schizzata da 6mila dinari (4 euro) a 25mila (17 euro) e ieri sera al mercato nero si sfioravano i 45mila dinari (30 euro). Sarà l’inverno più lungo del Kurdistan iracheno, e questo lo sanno anche i rivenditori di gas. Incredibilmente un’intera città di un milione di abitanti da giorni aspetta i rifornimenti da una raffineria in difficoltà a soddisfare un aumento esponenziale delle richieste.Intanto la pioggia ha già devastato tende e capannoni: un mare di fango che spesso ha costretto alla fuga dai campi profughi. Per questo sui social network è iniziata la campagna “#_we_wants_caravans_for_IDPs”, in particolare nella zona di Duhok. Lì, dove le montagne sono più alte, la temperatura scende anche parecchi gradi sotto allo zero, conservando per settimane la neve. Ad Erbil il vescovo Rabban al-Qas ha già consegnato 50 container: sono dei micro appartamenti da 3 per 9 metri con cameretta e w.c. per nuclei che quasi sempre superano le 10 unità. Un paradiso rispetto alle tendopoli in cui tutti fanno resistenza a trasferirsi. I primi 50 mini alloggi, sistemate in fretta e furia in un campo alla periferia, si sono già inclinate rispetto al terreno. La Chiesa locale ne ha promesse mille, ma ci vorranno mesi per consegnarle tutte.Allora il gelo sarà arrivato, anche ad Ankawa Mall. L’ex centro commerciale trasformato da Focsiv in struttura di accoglienza, i bambini la sera iniziano visibilmente a tremare. Negli ultimi giorni sono comparse alcune stufette a kerosene, subito proibite dal capo del campo: troppe pericolose per il rischio di incendi e di asfissia.È l’emergenza freddo per cui l’Onu ammette di non avere risorse sufficienti: per soccorrere un milione e 200mila persone occorrono 173 milioni di dollari. «L’inverno è qui e in molte parti del Paese gli sfollati sono già colpiti  da forti piogge, vento, tempesta e basse temperature», ha dichiarato martedì Jacqueline Badcock, coordinatrice degli aiuti umanitari in Iraq. Per la “winterizzazione” (come la chiamano loro) servono cure mediche a un milione e 100mila bambini bersagliati da infezioni respiratorie, 70 milioni servono per il cibo, 46 milioni per costruire ripari adatti, 25 milioni per suppellettili di base e quasi 8 milioni per i vestiti.Cifre e preventivi attorno a cui si attardano i funzionari nel compound delle Nazioni Unite, mentre ad Ankawa Mall, scartato il kerosene, non si può nemmeno pensare a stufe elettriche: l’impianto rudimentale non sosterrebbe l’impatto di 300 resistenze. Così, in attesa di decisioni dall’alto, assieme ai primi kit di pannolini per neonati, si sta organizzando la distribuzione di abiti e coperte. «Non è difficile comprarli. Abbiamo sperimentato con successo le prime distribuzioni chiamando per nome ogni capofamiglia», spiega il responsabile Focsiv Terry Dutto. Bastano poche decine di euro per dare coperte, calze, maglioni e scarpe per la “winterizzazione” di tutta una famiglia. Intanto in fuga da Kobane, sono già arrivati altri 15mila profughi curdi.
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