lunedì 24 marzo 2025
Gimbe: ne perdiamo 10mila all'anno, la professione è sempre meno attrattiva e precipitiamo nelle classifiche sul numero dei laureati, così è a rischio la riforma territoriale prevista dal Pnrr
Non si arresta la fuga di infermieri

Non si arresta la fuga di infermieri - Imagoeconomica

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Pochi, malpagati, sempre più propensi a lasciare la professione e con un numero di candidati alla sostituzione che diventa ogni anno più esiguo: la professione infermieristica è in crisi e, dato più allarmante, lo è proprio mentre questa figura è particolarmente richiesta. Sia perché l’invecchiamento della popolazione italiana genera un aumento della domanda di infermieri (l’anno scorso gli over 65 erano 14,4 milioni che saliranno a 18,9 nel 2050). Sia perché gli investimenti del Pnrr puntano su di loro per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale, visto che, almeno per il funzionamento di Case di comunità, Centrali operative territoriali, Ospedali di comunità e assistenza domiciliare, ne servono tra 20 e 27mila. La poco rassicurante fotografia è della Fondazione Gimbe che dedica un approfondimento al problema, parlando di «vera e propria emergenza per il Servizio sanitario nazionale (Ssn)».

I numeri dell’emergenza

Partiamo dai numeri. Nel 2022, secondo il ministero della Salute, il personale infermieristico contava 302.841 unità, di cui 268.013 dipendenti diretti del Ssn e 34.828 impiegati in strutture equiparate. In Italia ci sono 5,13 infermieri ogni 1.000 abitanti, con forti disomogeneità territoriali: dai 3,83 della Campania (i numeri più bassi riguardano prevalentemente le regioni del Sud sottoposte ai Piani di rientro, più la Lombardia) ai 7,01 della Liguria.

Sul piano del confronto internazionale, stando al report di Gimbe, l’Italia è messa molto male: nel 2022 avevamo complessivamente 6,5 infermieri per 1.000 abitanti, rispetto ai 9,8 della media Ocse e ai 9 di quella Ue. In Europa peggio di noi solo Spagna (6,2), Polonia (5,7), Ungheria (5,5), Lettonia (4,2) e Grecia (3,9). Anche il rapporto infermieri/medici mostra un sistema sbilanciato: in Italia è fermo a 1,5, nei Paesi Ocse è di 2,7. Proprio l’Ocse stima che, al di là del personale impiegato nel Ssn, il nostro Paese, nel 2022, poteva contare in totale su 384.882 unità di personale infermieristico: 324.000 distribuite tra strutture pubbliche e private convenzionate (302.841 nel pubblico e 21.422 nel privato accreditato). «È evidente – afferma il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta – che oltre 60 mila infermieri, ovvero più di 1 su 6, esercitano come liberi professionisti o all’interno di cooperative di servizi e rappresentano “forza lavoro” strutturale del Ssn».

Chi va via non viene sostituito

Ogni anno perdiamo fino a 10mila professionisti: nel triennio 2020-2022 hanno abbandonato il Ssn 16.192 infermieri, di cui 6.651 nel solo 2022. «Questo trend in continua ascesa – dice Cartabellotta – non viene compensato dall’ingresso di nuove leve, aggravando la carenza di personale e l’insostenibilità dei carichi di lavoro». In rapida picchiata, poi, le cancellazioni dall’albo Fnopi (Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche), requisito essenziale per esercitare la professione: ben 42.713 infermieri si sono cancellati negli ultimi quattro anni, di cui 10.230 nel 2024. Le motivazioni sono diverse: pensionamenti, trasferimenti all’estero, decessi, morosità, abbandoni volontari della professione. A proposito di pensionamenti: nel 2022, quasi 78mila infermieri dipendenti del Ssn avevano più di 55 anni, oltre di 1 su 4, mentre un ulteriore 22% si collocava nella fascia di età 50-54 anni. «Senza un ricambio generazionale adeguato - è il commento di Cartabellotta -, la carenza di infermieri è destinata ad acuirsi nei prossimi anni, quando si raggiungerà il picco della gobba pensionistica».

I salari italiani tra i più bassi d’Europa

E le retribuzioni? I rapporti sono eloquenti: nel 2022, in media, la retribuzione annua lorda di un infermiere di un Paese Ocse era di 58.394 dollari, quella di un collega italiano di 48.931. Solo nei Paesi dell’Europa dell’Est, e poi in Portogallo e in Grecia, gli infermieri guadagnano meno che in Italia. Ancora più allarmante, rileva Gimbe, è il dato storico: dal 2001 al 2019 il salario degli infermieri italiani è diminuito dell’1,52%, «un segnale inequivocabile di progressiva svalutazione professionale, a fronte di crescenti responsabilità e carichi di lavoro sempre più gravosi».

Ma c’è un altro termine di paragone che inquadra la gravità della situazione: nel 2022 in Italia si sono laureati solo 16,4 infermieri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media Ocse di 44,9. Del resto il rapporto posti/candidati si è ridotto progressivamente da 1,6 dell’anno accademico 2020-21 a 1,04 nel 2024-25, quando i candidati sono stati appena sufficienti a coprire i posti disponibili.

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe - Imagoeconomica

Le proposte per invertire il trend

Le conclusioni di Cartabellotta offrono anche delle soluzioni per arginare l’emorragia. «La professione infermieristica – osserva – è sempre meno attrattiva: salari bassi, limitate prospettive di carriera, subordinazione professionale, incongruenza tra percorso formativo e attività lavorativa, che compromettono l’equilibrio tra vita lavorativa e privata e alimentano fenomeni di burnout per turni di lavoro massacranti. A tutto questo si aggiunge il rischio di aggressioni verbali e fisiche». Dunque, serve un piano straordinario per la professione, «con un duplice obiettivo: motivare i giovani a intraprenderla e trattenere chi già lavora nel Ssn». Sì, ma con quali misure? «Accanto ad un aumento salariale – dichiara Cartebellotta -, è fondamentale intervenire a livello regionale con misure di welfare mirate: alloggi a costi calmierati, agevolazioni per trasporti pubblici e parcheggi... Sul versante organizzativo, occorre garantire sicurezza sul lavoro, valorizzare la collaborazione interprofessionale e utilizzare tutte le potenzialità dell’innovazione tecnologica, inclusa l’intelligenza artificiale». Infine, «è indispensabile rinnovare i percorsi universitari, aumentare il numero di lauree specialistiche e integrare formazione e sviluppo professionale continuo», così da fermare «l’inesorabile indebolimento del Ssn, che poggia sulle spalle del personale sanitario, in particolare su quelle degli infermieri, che numericamente rappresentano la quota più consistente».

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