sabato 22 luglio 2023
Il partito di ultradestra Vox, del quale i popolari, quasi sicuramente, avranno bisogno per governare, è tornato alle origini ovvero alle istanze autonomiste e ai separatismi
Santiago Abascal, leader di Vox

Santiago Abascal, leader di Vox - Reuters

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Il commissariamento della Catalogna dopo il referendum separatista del 2017, deciso dal governo popolare è stata una «barzelletta». «Quando c’è un colpo di Stato, ci vuole un intervento forte e prolungato». Alla vigilia del voto di domani, Santiago Abascal è tornato alle origini. All’opposizione frontale, cioè, alle istanze autonomiste e ai separatismi. È stata quella forza del resto a trasformare Vox da paria della politica spagnola ad ago della bilancia delle attuali elezioni. Il suo sostegno al Partito popolare (Pp), dato in vantaggio nei sondaggi, si profila determinante per avere la maggioranza in Parlamento. Proprio come lo schieramento d’ultradestra fa da puntello al Pp già in oltre 140 comuni e diverse regioni.

Inutili gli intenti di Alberto Núñez Feijóo di convincere Abascal a non “irritare eccessivamente” i catalani. Al contrario, il numero uno di Vox ha promesso a Barcellona uno scontro ben più duro di quello di sei anni fa. Con i Paesi Baschi, poi, sua terra natale, non se ne parla. «In questo senso, possiamo dire che Vox si mantiene fedele al proprio nucleo originario: la retorica ultranazionalista, con una forte connotazione etnica. Proprio il centralismo lo divide dalla Lega, il suo referente è, al contrario, Fratelli d’Italia», spiega David Lerin Ibarra, politologo dell’Università Complutense e specializzato nell’ascesa della destra radicale in Spagna, tema al quale ha dedicato varie pubblicazioni.

Il pensiero di Abascal si riconnette a una tradizione antichissima del nazionalismo iberico. Affonda le radici nella nascita della monarchia nel Quattrocento in un contesto di forti tensioni tra centro e periferia. E nella sua natura escludente, vedi la cacciata di ebrei e islamici. Con il recente intento di secessione catalana – più simbolico che reale, oltre che nonviolento –, per tanti spagnoli si è rimaterializzato il fantasma dello sgretolamento che si credeva superato dal ritorno della democrazia. Vox l’ha trasformato nel ritorno dell’anti-Spagna di tenore franchista, categoria di cui fanno parte tutti coloro che non si identificano con la purezza della nazione spagnola: socialisti, comunisti, indipendentisti, immigrati.

Il partito si impone effettivamente sulla scena pubblica quando si presenta come parte ai processi contro i leader indipendentisti catalani. Se questo è il suo zoccolo duro, Vox, tuttavia, ha saputo adattarsi alla congiuntura. «In primo luogo ha modificato la propria prospettiva economica, di tipo inizialmente neoliberale, per abbracciare – seppure in forma ambigua – posizioni protezioniste – prosegue Lerin Ibarra –. E, elemento cruciale, si è avvicinato progressivamente alle istanze del mondo operaio, che si sente dimenticato dalla cosiddetta “élite” politica». Nel 2020 ha creato il sindacato “Solidariedad” e ha assunto una narrativa populista su tante questioni, a cominciare dalla migrazione.

«Questa non rappresenta – soprattutto se i nuovi arrivati sono di religione non cattolica – solo un attacco ai valori iberici. Sarebbe una concorrenza sleale nei confronti dei gruppi popolari ai quali l’esercito di disperati sottrarrebbe le conquiste raggiunte. In questa capacità di parlare alle classi lavoratrici “orfane” ricorda Marine Le Pen, il suo modello». Con questo mix di vecchio e nuovo, il partito di ultra-destra è riuscito ad assicurarsi una quota di elettorato “sicuro” tra le frange più radicali del Pp. «Al contempo, però, stavolta queste potrebbero essere tentate dallo scegliere Núñez Feijóo in nome del voto utile» prosegue il politologo. In ogni caso, è improbabile che Vox scenda al di sotto del 10 per cento. Alcuni sondaggi, addirittura, lo danno a quota 15 per cento. Che margini di manovra effettivi potrebbe avere per “indirizzare” le politiche di un governo del Pp? «Ad Abascal interessa incidere su alcune questioni simboliche. In particolare la cosiddetta “agenda culturale” che include la tematica di una “corretta” interpretazione della memoria della dittatura, l’antifemminismo – non a caso i due terzi degli elettori sono maschi -, il contrasto alla presunta ideologia Lgbt. La sfida di Vox è questa. Quanto potrà influire dipenderà, però, da molti fattori».

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