lunedì 31 marzo 2025
L'ex ministro della Sanità alla presentazione del libro del portavoce Nicola Del Duce: «Gli orrori delle dittature sudamericane hanno segnato il mio impegno politico. Togliere diritti mi è costato»
L'ex ministro Roberto Speranza, il portavoce Nicola Del Duce e la giornalista Florinda Fiamma

L'ex ministro Roberto Speranza, il portavoce Nicola Del Duce e la giornalista Florinda Fiamma - /Picariello

COMMENTA E CONDIVIDI

«Abbiamo potuto anche sbagliare qualche cosa. Ma rivendico le scelte fatte nei due assi fondamentali. La buona fede nel voler salvare delle vite umane, e la fiducia nella scienza». Roberto Speranza è intervenuto all’Auditorium Parco della Musica alla presentazione del libro di Nicola Del Duce, suo portavoce da ministro della Sanità, Nel palazzo bianco, appena uscito per Solferino. Una ricostruzione di quelli che sono stati i drammatici giorni del Covid mttendo a fuoco un aspetto assolutamente cruciale, come quello della comunicazione: «Un portavoce – spiega Del Duce – ha il compito di far “uscire” un ministro il più possibile sui giornali e sulle tv, ed invece noi abbiamo dovuto fare il contrario, sapevo che ogni sua parola avrebbe potuto aprire i telegiornali, ma era chiarissimo che avevamo a che fare con una palla infuocata, e c’era bisogno di far uso della responsabilità e della parsimonia. C’era il ballo la vita dei cittadini ai quali dovevano arrivare solo informazioni precise, corrette e soprattutto verificate».

«Il nostro compito era quello di dare dei dati certi», concorda l’ex ministro della Sanità, legato al suo ex portavoce anche da una antica militanza comune nella Sinistra giovanile. «Veniamo insieme da una scuola politica che ha studiato le dittature sudamericane e le restrizioni delle libertà. Potete immaginare quanto mi sia costato dover prendere determinate decisioni per salvare delle vite umane», Speranza ricorda un episodio simbolo. «Si discuteva in Consiglio dei ministri sulla necessità di chiudere e il collega alla Difesa Lorenzo Guerini, che è stato anche sindaco di Lodi, mi passò il responsabile del pronto soccorso dell’ospedale della sua città, una delle prime in cui l’epidemia si era diffusa. Mi disse, con voce spaventata, che erano arrivate 50 persone che non respiravano e si era trovato a dover decidere a chi somministrare l’ossigeno e a chi no, a decidere, in pratica delle loro vite, "Chiudete", mi disse».

«Abbiamo cercato di mandare messaggi chiari, brevi e rassicuranti, e di farlo solo quando avevamo la possibilità di farlo, avendoli prima verificati», ricorda Del Duce. Perché, continua Speranza, «una vita persa è persa, mentre un danno economico è sempre recuperabile. Abbiamo dovuto fare delle scelte. E quando dallo Spallanzani ci hanno detto che, se non avessimo chiuso, sarebbe stato un disastro, ci siamo resi conto che non potevamo agire diversamente, e in questo modo oggi possiamo dire che abbiamo salvato centinaia di migliaia di vite».

Ricorda la grande delusione quando l’Italia si ritrovò da sola a fronteggiare l’epidemia, e l’opera di convincimento che fu necessaria con i colleghi, in particolare con il collega tedesco, che voleva negare all’Italia le mascherine che ci occorrevano urgentemente. «Riuscii a convincerlo che non ci si poteva salvare da soli, illudendosi che il contagio non sarebbe arrivato anche da loro, come poi avvenne». Un percorso lungo e difficile, concluso con un grande successo, «quando Giuseppe Conte ed Enzo Amendola tornarono da Bruxelles con la promessa dei 209 miliardi per l’Italia del Next generation Eu».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: