Umanità per principio
sabato 14 gennaio 2017

In questi giorni di grande freddo nella nostra scuola di immigrati di Roma sono proprio i ragazzini a farci più impressione. Li vedi arrivare alla chetichella e sedersi ai banchi coi loro occhietti smarriti dentro le giacche a vento, l’aria negligente tipica dei quattordicenni in ogni contrada del mondo e ti chiedi come possano vivere l’esilio, che parola grossa, in una terra di cui non sanno niente: né lingua, né cultura, né tradizioni. Se hai un cuore, pensi a tuo nonno minatore in Belgio, oppure venditore ambulante a Brooklyn; ma anche se negli anni non sei riuscito a strapparti dal volto la maschera del cinismo e della rassegnazione, a stento trattieni il disappunto.


Come fai a non pensare che la piccola Olga non dovrebbe stare lì, appoggiata al termosifone per scaldarsi, ma a casa a parlare con le sue amiche; Wali, poco più grandicello, avrebbe bisogno di qualcuno che gli regalasse il biglietto della metropolitana, in modo che non gli tocchi restare tutto il giorno in stanza a rigirarsi i pollici; i coetanei europei di Keder la mattina stanno in classe e il pomeriggio fanno basket coi compagni, nuotano in piscina, giocano alla playstation, lui invece mangia, dorme e, tranne che frequentare qualche corso di prima alfabetizzazione, non è stato ancora iscritto alle medie.

Questi adolescenti senza famiglia che abitano nei centri di pronta accoglienza sperimentano su se stessi la spaventosa libertà degli orfani perché un educatore, per quanto bravo possa essere, non sarà mai come un genitore, quindi sono fragili e vulnerabili, preda dei venti, potenziali vittime dei malfattori. Arrivano in Italia senza bagaglio (è la cosa che mi colpì di più sin dall’inizio, quando cominciai a occuparmi di loro: nemmeno un ricambio di biancheria, nemmeno uno spazzolino), privi di qualsiasi supporto: bocce perse.


A loro quest’anno, grazie alla preziosa indicazione del Papa, è dedicata la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Nel 2016 sono stati più di ventiquattromila. L’anno precedente erano la metà. Ma quel che è peggio, circa cinquemila minorenni non accompagnati sono scomparsi nel nulla. Cosa gli sarà successo? Nessuno è tornato indietro. Alcuni avranno raggiunto qualche parente. E gli altri? Possiamo fare tutte le ipotesi che vogliamo: saranno sempre brutti pensieri. Di fronte all’evidenza di tali cifre non sono pochi quelli che entrano in azione: insegnano a leggere e scrivere a Selim, consolano la malinconia di Ismail, calmano la rabbia di Hafiz, curano la piaga di Omar. Ma ce ne sono tanti che distolgono lo sguardo. Cosa dobbiamo fare?


La prima operazione concreta è approvare con la massima solerzia la legge di protezione dei “minori stranieri non accompagnati” presentata più di tre anni fa e ancora, assurdamente, in lista d’attesa. Si tratta di un provvedimento teso a rendere omogenee le procedure di identificazione e accertamento dell’età garantendo il diritto allo studio e all’assistenza sanitaria con divieto di respingimento. Ciò non dovrebbe essere il frutto di iniziative individuali ed estemporanee, bensì corrispondere a un protocollo strutturale. Non illudiamoci tuttavia che, una volta approvata la legge, con la quale il nostro Paese riprenderebbe almeno idealmente la guida spirituale dell’Europa, Omar e Faris possano stare al sicuro. Affinché questo avvenga dobbiamo compiere un passo ulteriore: capire che essi non costituiscono un peso, ma una risorsa. Non lasciarli soli significa prendersi cura del principio di umanità che rappresentano. Vuol dire versare acqua sulla grande pianta. Non farla seccare.

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