Pochi figli, anziani soli, giovani in fuga: non possiamo rassegnarci
martedì 1 aprile 2025

Sembra quasi uno scherzo, un tragico paradosso: nell’era del riscaldamento climatico e delle preoccupazioni per gli effetti dell’aumento delle temperature, la grande crisi parallela, e chissà se in qualche modo collegata, rimanda al concetto opposto della glaciazione, all’inverno demografico. Riguarda un po’ tutto il mondo, ma l’effetto su base planetaria è meno visibile perché c’è un effetto trascinamento che farà aumentare ancora per un po’ la popolazione grazie alla maggiore longevità. In Italia non è così: nel nostro Paese l’inverno delle nascite dura da decenni, e qui nella nostra bellissima Penisola possiamo già mostrare quello che il resto del globo, stando alle previsioni, sperimenterà più o meno tra un secolo.

Possiamo leggerli così, come un colossale “prequel” planetario, gli ultimi dati demografici diffusi dall’Istat, la fotografia di come si è mossa la popolazione italiana nel 2024. Ma è molto più utile guardare a quanto dicono su di noi, su come stiamo e dove ci dirigiamo. Nella selva delle cifre, tre sono le più importanti: il numero medio di figli per donna, che è sceso al record negativo di 1,18; la crescita delle emigrazioni, con gli espatri saliti del 36,5%; l'aumento della speranza di vita a 83,4 anni, ben cinque mesi in più del 2023.

Non è esattamente l’immagine di un Paese in cui i giovani si trovano bene, se tanti se ne vanno a cercare migliori opportunità, e se chi resta non crede molto nella possibilità di avere una discendenza. Mentre chi ha già compiuto i passi fondamentali della vita, invecchia nella desertificazione che avanza. È un’immagine viziata da pessimismo? Forse. Tuttavia se la liberiamo da conseguenze politiche, cioè non attribuiamo la colpa di questo a nessuno in particolare, se non a tutti noi come comunità, è anche una fotografia abbastanza fedele.

Fino a ieri il tasso di fecondità più basso della nostra storia risaliva al 1995, trent’anni fa. Un periodo così lungo di glaciazione ha di fatto compromesso ogni possibilità di ripresa odierna significativa delle nascite: il 60% del calo dei bambini dipende ormai dal fatto che non c’è più un numero sufficiente di potenziali madri, e di mariti e compagni. La fecondità ai minimi esprime bene la mancanza di fiducia in un futuro qui. Diventare genitori è sempre impegnativo, ok, ma i dati dicono che in Italia è chiesto un supplemento di rinuncia e di difficoltà troppo alto. La crisi riguarda soprattutto le aree interne e gran parte del Sud, dove i paesi, oltre a invecchiare, si spopolano.

Il bel dato della longevità in aumento sarebbe anche una notizia positiva, se non ci fosse tutto il resto, ovvero la rarefazione dei giovani e dei bambini. Il fatto è che il contraltare di una vita più lunga è anche in gran parte e sempre di più una vita di solitudine, e di maggiori paure. C’è una solidarietà preziosa, oggi, nel prendersi cura in famiglia degli anziani più fragili. Tendenzialmente, però, se gli aiuti mancano come avviene per i più piccoli, i margini per diventare genitori si riducono ulteriormente.

Veniamo a chi se ne va. Sono tanti giovani, italiani ma anche seconde o terze generazioni, figli di immigrati di un tempo in cerca di migliori opportunità o di futuri più limpidi. Una “fuga” che la nuova immigrazione non riesce a compensare, quando ad andarsene è soprattutto chi ha studiato di più perché il grosso del lavoro qui è mediamente di bassa qualità e pagato poco. E oggi chi non guadagna a sufficienza non riesce nemmeno a desiderarli i figli.

Accettiamo il quadro desolante come esercizio per avvertire l’urgenza di reagire. Contrasta un po’ con l’immagine di un’Italia meta meravigliosa per turisti entusiasti di visitare le nostre bellezze e assaporare la superiore qualità della vita, terra di cultura e anche di città fortemente attrattive e stimolanti, per chi può permetterselo. Il rischio è percepirsi un Paese di seconde case messe a rendita per affitti brevi, che, come avviene in tanti centri urbani, espelle la parte potenzialmente più dinamica della sua popolazione.

Non possiamo rassegnarci alla denatalità pensando che tanto non c’è più niente da fare, perché è cambiata la cultura e i soldi non ci sono. Chi i figli li vuole, ne immagina ancora due o più. Certo, avremmo dovuto essere capaci, trent’anni fa, della stessa energia che sta animando oggi il dibattito sul riarmo. Ma è sbagliato pensare sia tardi: provare a mettere i giovani, quelli di oggi e quelli che devono ancora nascere, come quelli che devono arrivare, al centro dei pensieri, dei progetti, delle scelte di investimento, non è solo una politica per il bene di tutti, è anche un grande cantiere di speranza.

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