giovedì 7 maggio 2015
Si tratta di pre-adolescenti dai 12 ai 15 anni che, nella maggior parte dei casi, aiutano i genitori nelle loro attività professionali nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare (41%), oppure sostenendoli nei lavori di casa (30%).
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Sono 340mila, in Italia, i minori di 16 anni, con una qualche esperienza di lavoro. Si tratta di pre-adolescenti dai 12 ai 15 anni che, nella maggior parte dei casi, aiutano i genitori nelle loro attività professionali nel mondo delle piccole e piccolissime imprese a gestione familiare (41%), oppure sostenendoli nei lavori di casa (30%). Il restante 29% si distribuisce in misura equivalente tra chi lavora nella cerchia dei parenti e degli amici oppure di altre persone. È la fotografia scattata dalla ricerca Game over. Il lavoro minorile in Italia, curata dall'Associazione Bruno Trentin e Save the Children."Il grande sforzo che bisogna fare nel raccontare il fenomeno del lavoro minorile - spiega Anna Teselli, ricercatrice nell’area welfare e diritti di cittadinanza e responsabile dell’Osservatorio sul lavoro minorile - è quello di posizionarlo all'interno di un'economia avanzata, come la nostra. Non ci troviamo, infatti, davanti a baby lavoratori impiegati in lavori lontani dalle società evolute, ma di giovanissimi impegnati a contribuire a mandare avanti l'azienda di famiglia oppure a servire, fino a tardi, tra i tavoli dei ristoranti"."Alcuni frequentano ancora la scuola - precisa la ricercatrice - sono impiegati in mansioni che gli adulti non vogliono fare oppure presso aziende familiari. Le attività principali sono svolte nelle microimprese familiari e presso terzi. In generale, il 27,7% delle attività riguarda il settore della ristorazione, 22% quello della vendita (comprese quelle ambulanti), 17,2% della campagna, 15% artigianali, 4,3% baby sitter e attività con bambini, 4,2% lavoretti di ufficio e 1,9% impegni nei cantieri"."Un ragazzo su cinque dei 14-15enni che lavorano - fa notare - svolge un’attività di tipo continuativo (quasi 55.000), soprattutto in ambito familiare. Le esperienze più continuative sono quelle legate al settore della ristorazione e alle attività artigianali; nella maggior parte dei casi sono svolte per la famiglia. I lavori continuativi coinvolgono i minori per almeno tre mesi all’anno, almeno una volta a settimana e almeno due ore al giorno"."I ragazzi lavorano soprattutto - sottolinea la ricercatrice - per aiutare le famiglie nella loro attività di lavoro (nel 40% dei casi); un ragazzo su due segnala ragioni personali, come quella di avere soldi propri (25,8%) o perché gli piace (22,1%)". Il problema sicurezza non è molto percepito dai giovani. "Per l'83,9% dei minori che lavorano -ricorda- il lavoro non è pericoloso e solo il 14% lo indica come un 'po’ pericoloso'.Eppure, i rischi esistono. "I giovani  - continua - lavorano in fasce orarie serali o notturne, svolgono un lavoro continuativo e indicano almeno una delle seguenti condizioni: interrompono la scuola per lavorare; il lavoro interferisce con lo studio; il lavoro non lascia tempo per il divertimento con gli amici e per riposare; il lavoro viene definito moderatamente pericoloso".Dati alla mano, rimarca Anna Teselli, "in quasi la totalità dei casi si tratta di lavori continuativi. È molto elevata, infatti, la quota delle attività svolte tutti i giorni (nel 65% dei casi, quasi tre volte di più rispetto all'insieme delle esperienze di lavoro) o in modo regolare, cioè da oltre 6 mesi nell'anno (67%), con un calo significativo delle attività occasionali e saltuarie".Facendo un collegamento scuola-lavoro, aggiunge, emerge come "l’evento critico della bocciatura sia molto più frequente per i minori con esperienze di lavoro". "Il 50% dei minori a rischio ha un giudizio di licenza media sufficiente contro il 19% di tutti gli altri. L’idea di un 'futuro investito nel mondo del lavoro e non a scuola', inoltre, è il criterio che orienta la prospettiva di vita dei ragazzini che cominciano presto a lavorare", conclude.
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