mercoledì 2 aprile 2025
A 98 anni si è spento lo storico batterista che, con lo zio Gegè Di Giacomo, debuttò nell'Orchestra Carosone. Un Maestro del "tamburo" per De Piscopo e tutte le generazioni dagli anni '40 a oggi
Il "Maestro del tamburo", lo storico batterista napoletano Lino Liguori (1927-2025)

Il "Maestro del tamburo", lo storico batterista napoletano Lino Liguori (1927-2025)

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«Ciao Maestro caro, adesso starai sicuramente duettando con tuo zio, Gegè Di Giacomo». E’ il saluto affettuoso del grande batterista napoletano Tullio De Piscopo al suo Maestro, Lino Liguori che si è spento sabato a scorso a Milano a 98 anni. E a De Piscopo si uniscono Lino Patruno fondatore dei Gufi, Pino Presti l’arrangiatore di Mina, Natala Massara fondatore dei Ribelli e arrangiatore di Adriano Celentano e in prima fila gli altri “fratelli di tamburo”, Ellade Bandini batterista dei Musici di Francesco Guccini, il pistillo magico della PFM (Premiata Forneria Marconi) Franz Di Cioccio, il suo allievo prediletto Marco Volpe docente al Conservatorio di Alessandria, Filippo Monico batterista del pianista jazz Gaetano Liguori, figlio di Lino. Noi lo avevamo conosciuto quando la Rai qualche tempo fa mandò in onda la fiction Carosello Carosone e quello fu il pretesto per sfrugugliare i suoi ricordi di giovane batterista dell’Orchestra Carosone dove a introdurlo era stato lo zio, lo storico batterista Gegè Di Giacomo. Di quella fiction non sapeva nulla perché, con la classica schiettezza partenopea, confessò: «La tv la guardo poco, specie da quando non c'è più mia moglie Franca. Il cellulare non so che cosa sia, io vado avanti con il telefono fisso. Non ho bisogno dei social sono già parecchio "sociale"… Adesso che mi avete detto di questa fiction magari la guardo, ma spero che venga fuori un bel ritratto della mia Napoli che sono stanco di sparatorie e malavita. I soldi, il business l'hanno rovinata, ma la "napoletanità" è un tesoro inestimabile che nessuno mai potrà portarci via».

Vulcanico Lino. Vesuviano doc, classe d'acciaio 1927, appartenente per ramo materno alla nobile dinastia artistica dei Di Giacomo che comincia con il poeta e drammaturgo Salvatore, passa per il teologo «lo zio reverendo Giuseppe», fino all'altro zio Gegè Di Giacomo «il fratello di mia madre». Gegè, batterista del mitico Trio Carosone (il terzo era il chitarrista astrologo Peter Van Wood). L'istrionico Gegè però non fu un talento precoce della batteria quanto suo nipote Lino: «Gegè cominciò tardi, fino a trent'anni lavorava da sarto a Napoli. Io a 12 già battevo sul tamburo e poi quando arrivarono gli americani mi feci una discoteca jazz che in poco tempo contava 500 dischi: i vinili dell'etichetta dell'esercito Usa». Autodidatta, seguendo però le orme di Gegè che «non era solo un batterista, ma un cantante, un autentico showman. Quando lanciava il suo grido di battaglia, "Canta Napoli! Napoli in fiore!", allora cominciava lo spettacolo nello spettacolo, ovviamente assieme a quello della musica di Carosone… Se allora ci fosse stata la tv il Trio Carosone nel mondo sarebbe diventato più popolare dei Beatles. La rivoluzione di Carosone fu eseguire per la prima volta le canzoni napoletane in rhythm and blues. Renato intonava i cavalli di battaglia Maruzzella, O sarracino, Tu vuò fa' l'americano. Gegè invece faceva i pezzi umoristici come Caravan, Petrol Carlotta o La pansè Il suo era uno stile cabarettistico, scanzonato, da antidivo. Di fare successo a Gegè non glie ne importava niente, l'importante era divertirsi e venire pagati. E anche in quello Carosone fu un genio. Intuendo quanto piacesse la canzone napoletana la portò nel mondo facendosi ingaggiare dai migliori locali dell'epoca». A cominciare dai night club e i locali alla moda della Milano del dopoguerra, come il Caprice. «Ogni sera lì, con il Trio di scena c'era il pienone in sala. Il pubblico era quello dei "cummenda" che spendevano tutto in donnine e champagne dopo una settimana passata a lavorare nella fabbrichètta e volevano ascoltare la musica di Carosone e Gegè. Io in quel mondo ci sono entrato per caso, di ritorno dal Festival del jazz di Sanremo del 1956 dove con il Quartetto Napoletano ottenemmo un successo inaspettato. Dopo quel bagno di popolarità passai a Milano a salutare Gegè che vedendomi in sala mi invitò sul palco. Era successo altre volte che gli subentravo alla batteria, con Carosone che dopo la mia esibizione ridendo mi presentava al pubblico: "U guaglione ci sa fare con la batteria"». Lino Liguori possedeva già il mestiere che quella stessa sera gli procurò l'ingaggio di Alberto Pizzigoni, jazzista dal 1953 al '56 aveva suonato con Carosone nella cui formazione annoverava un giovane cantante pugliese, Nicola Arigliano. «Nicola poi andò con Franco Cerri alla Taverna Messicana. Mi volevano con loro, ma lì pagavano 3mila lire a sera per suonare dalle 9 alle 3 del mattino. Con Pizzigoni prendevo 6.500 lire al giorno e incidevo dischi. Vuoi mettere?». Dischi, concerti e tournée in tutto il mondo, suonando con tutte le maggiori formazioni del periodo e divenendo il precursore di quella presunta "scuola napoletana" di batteristi e percussionisti avviata dallo stesso Gegè Di Giacomo. «Quella della "scuola napoletana" è una favola. La realtà è che da sempre a Napoli il lavoro non c'è, e quindi ognuno si è messo a suonare e a cantare qualcosa, ma la maggior parte poi per mangiare prima e ottenere successo poi è dovuto andare a vivere altrove, a Roma o a Milano come il sottoscritto». In quella Milano del dopoguerra i musicisti dopo la serata si ritrovavano alle 4 del mattino al Bar del Duomo ed erano sfide a colpi di brioche e cappuccini e corse sfrenate per la piazza «infinita». E chi arrivava ultimo pagava il conto. «Bei tempi, era l'Italia del boom... Poi qualcuno se ne è approfittato e ha creato generazioni di italiani che non sanno di niente... ». Parole di un saggio della musica che suo figlio, il pianista jazz Gaetano Liguori nell'autobiografia Confesso che ho suonato (Skira) omaggia scrivendo: «Devo molto a mio padre, soprattutto perché mi ha trasmesso una professionalità e un'onestà intellettuale ai limiti dell'autolesionismo». Mentre gli altri due figli, Mariella e Ino non hanno seguito le orme paterne, Gaetano aveva addirittura cominciato suonando la batteria.

«Sì ma gli dissi, Gaetano prima vai al conservatorio e studia pianoforte e poi dopo aver imparato l'armonia se ancora penserai di dedicarti alla batteria io allora ti manderò a studiarla anche alla Berklee di Boston. Al 5° anno di conservatorio venne a casa e mi disse: "Papà voglio suonare il pianoforte..."». E ha fatto bene Gaetano, così come la terza generazione di Liguori, mio nipote Lucio apprezzato chitarrista di freejazz... La batteria è una faticaccia, la mia generazione se la doveva portare da casa, trasportarla in spalla anche due volte in un giorno. Meglio il piano. E anche questo, Carosone l'aveva capito». Di suo padre Gaetano Liguori ha capito una cosa essenziale: «Papà era la musica, era la batteria, il tamburo. Strumento con cui ha attraversato tutto il secolo scorso, dagli anni ’40 fino all’ultimo disco inciso nel 2023. Nel 1978 – conclude Gaetano Liguori - andammo assieme a Cuba chiamati a suonare al Festival della Gioventù Comunista e mio padre con i giovani colleghi batteristi Giulio Capiozzo degli Area e Walter Calloni passava interi pomeriggi a studiare sul tamburo. Non ha mai smesso di studiare e di imparare dal suo strumento. La prima immagine che conservo nella memoria, è quella di lui nella nostra casa a Napoli mentre studiava sopra la “tavoletta”: ai miei occhi di bambino appariva come Vulcano nella sua fucina. Nel cuore di tutti Lino Liguori rimarrà soprattutto per due doti rare: l’onestà intellettuale e la passione per la musica e i giovani musicisti».

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