domenica 30 marzo 2025
In Corte di Cassazione gli spettacoli teatrali di due compagnie nate nel carcere di Rebibbia e un convegno sul valore della pena e la rieducazione del condannato
Le attrici della compagnia Le Donne del Muro Alto in una scena di “Olympe”

Le attrici della compagnia Le Donne del Muro Alto in una scena di “Olympe” - -

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Una compagnia di attrici ex detenute, “Le donne del Muro Alto”, reciterà davanti ai magistrati della Cassazione e a un pubblico qualificato di giuristi. Lo spettacolo si intitola Olympe ed è la storia degli ultimi giorni in carcere di Olympe de Gouges (1748-1793), sostenitrice durante la Rivoluzione francese dei diritti delle donne, ma anche dei neri, degli orfani, degli anziani, dei disoccupati, dei poveri, sulla scena si ricostruiranno il suo processo e la condanna a morte tramite ghigliottina. L’appuntamento è martedì 1° aprile nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Roma alle ore 11. L’iniziativa è del Comitato Pari Opportunità della Suprema Corte che ha organizzato “Si va in scena!”, una giornata di riflessione sull’articolo 27 della Costituzione, quello che al comma 3 afferma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la scommessa del teatro praticato all’interno dei penitenziari attraverso l’allestimento di spettacoli o laboratori di recitazione, scenografia, sartoria, drammaturgia, cioè il teatro come opportunità di redenzione e reinserimento sociale, e in alcuni casi anche lavorativo, delle persone che scontano una misura detentiva. Sono 83, in Italia, le compagnie impegnate in progetti del genere con reclusi o ex reclusi e i risultati sono quasi sempre positivi: chi impara a memoria un copione e poi si cimenta in un ruolo insieme ad altri, seguendo una guida e rispettando delle regole, mettendosi di fronte a un pubblico, conosce meglio se stesso e la realtà, ricostruisce la propria identità. Dopo una tavola rotonda sul significato della “rieducazione del condannato” e la sua effettiva attuazione nelle strutture detentive italiane al “Palazzaccio” di rione Prati si svolgerà un altro capitolo dell’evento: nel pomeriggio saranno i detenuti del Teatro Libero di Rebibbia a mettere in scena Cesare ‘addamorì!, spettacolo adattato e diretto da Fabio Cavalli, con gli attori di Cesare deve morire, il film dei fratelli Taviani vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2012, di cui il regista della piéce è stato sceneggiatore: nel tempio del diritto e della Giustizia italiana rie-cheggeranno i versi di Shakespeare e si potrà meditare anche sulle testimonianze di chi vive le sue giornate dietro le sbarre. « Ma qui risuoneranno con maggiore forza pure le parole di giustizia e uguaglianza pronunciate da Olympe de Gouges che si intrecciano con quelle delle nostre attrici, ex detenute del sistema penitenziario moderno – commenta Francesca Tricarico, regista e ideatrice del progetto Donne del Muro Alto – e sono molti i richiami all’attualità che rendono, purtroppo, la sua triste storia ancora oggi vicina a noi». « Le donne che saliranno sul palco sono la testimonianza viva, la prova tangibile, di come il teatro sia uno strumento di inclusione e di applicazione concreta dell’articolo 27 – spiega la regista e drammaturga –, perché tutte loro hanno alle spalle un percorso detentivo preceduto da storie di violenze e di fiducia tradita, esperienze di povertà e di famiglie divise, ma hanno ritrovato nel teatro la loro dimensione umana, sociale e lavorativa, perché vengono pagate per fare le attrici, e non è una cosa banale, il nostro è un lavoro e non sfruttamento, la compagnia fa spettacoli nelle scuole e tournée nelle carceri, il teatro fa bene a queste ragazze che adesso non hanno più paura della verità e del giudizio degli altri, ma la loro testimonianza fa ancora più bene alla società civile perché pone domande necesetà sarie: il teatro in questo caso, quando viene fatto con professionalità, è come una lente di ingrandimento del carcere e il carcere è ciò che accade fuori ma all’ennesima potenza». Sono una ventina le “ragazze” di tutte le impegnate quotidianamente nella compagnia teatrale nata all’interno della sezione femminile di Rebibbia. E continuano a “metterci la faccia” anche adesso che sono libere, per favorire il dialogo e annu llare i confini tra “dentro” e “fuori”. Compito non facile. La loro avventura umana e professionale è cominciata con un patto di fiducia con la direttrice del corso di formazione al teatro al quale hanno partecipato. « È un patto imprescindibile, le ragazze mi hanno affidato la loro parte emotiva e mi commuovo ogni volta a pensarci – commenta Francesca Tricarico –, mi hanno fatto capire che ognuno di noi è molto più di quello che crede di essere, come è accaduto a Teresa che mi diceva di non saper leggere perché semianalfabeta, di non capire le cose, di non essere capace di recitare e invece ha dimostrato proprio il contrario, si è impegnata e ha scoperto una parte profonda di sé che non conosceva, arrivando a interpretare persino un ruolo da co-protagonista di uno spettacolo ». Chi sono Le Donne del Muro Alto lo spiega Bruna Arcieri, l’Olympe che si racconterà davanti ai magistrati senza timore: « Abbiamo l’impressione che nonostante siano trascorsi oltre duecento anni da quel fatto, poco sia davvero cambiato perché molti diritti non sono ancora stati applicati e noi anche martedì vogliamo dare un messaggio forte a chi è chiamato ad applicare le leggi». È una donna coraggiosa, Bruna, che oggi, scontata la pena in carcere, fa l’impiegata nella segreteria studenti dell’Università La Sapienza e continua a fare l’attrice sotto la guida di Francesca: « A Rebibbia le giornate non finivano mai e ho frequentato il laboratorio teatrale solo per fare passare il tempo, poi il lavoro che si faceva ha cominciato a scavarmi l’anima, ho capito che si può evadere con la mente, sentirsi protetti dal testo che si deve interpretare, ho imparato quanto sia democratico il teatro, perché scavalca ogni diversità e oggi per me questo lavoro è diventato una missione: sconfiggere i pregiudizi, favorire l’inclusione».

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