venerdì 31 gennaio 2020
In scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano il toccante e provocatorio atto unico “Misericordia”, un inno alla vita e un’ode intima alla donna e alla sua capacità generativa oltre il dato biologico
Una scena di Misericordia, atto unico scritto e diretto da Emma Dante, luci Cristian Zucaro con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli, coproduzione Piccolo Teatro di Milano

Una scena di Misericordia, atto unico scritto e diretto da Emma Dante, luci Cristian Zucaro con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli, coproduzione Piccolo Teatro di Milano - (Ufficio Stampa / Masiar Pasquali)

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«Ci sono occasioni in cui il critico rischia davvero…», così ammoniva Anton Ego, lo ieratico esperto gastronomico di Ratatouille, il celebre film di animazione della Pixar. E un inoppugnabile pericolo il recensore lo vive davvero durante la visione di Misericordia, l’ultimo lavoro scritto e diretto da Emma Dante in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano fino al 16 febbraio: quello di perdere lucidità, distacco e raziocinio e farsi travolgere da ondate di emozione.

Un atto unico di un’ora che smuove e commuove la coscienza perché realizza il più classico e spiazzante dei paradossi della vita sintetizzabile con un verso della famosa Via del Campodi De André: «Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior». È un inno alla vita che sboccia e dà luce nel buio della miseria, un’ode intima alla donna e alla sua capacità generativa al di là del dato biologico, «una fabbrica d’amore », come la stessa autrice e regista palermitana l’ha definito, che produce senso vitale laddove domina la mortificazione materiale e morale.

La struttura formale di Misericordia, per chi conosce il teatro di Emma Dante, da m-Palermu a Carnezzeria, da Bestie di scena a La scortecata, non sorprende: scenografia assente, tanta oggettistica, in questo caso quattro seggioline di legno pieghevoli e una montagna di “monnezza”, pezze vecchie, oggetti logori, giocattoli rotti, materiali recuperati nell’indifferenziata; la musica è mirata, potente e ficcante, senza alcun timore di svolgere una funzione fortemente simbolica; il linguaggio è fusione fra corpo e verbo, parimenti loquaci e comunicativi al di là dell’effettiva comprensione delle cadenze dialettali; la fisicità infine è come sempre deformata, destrutturata, menomata, sgraziata, ferita, lacerata perché è nelle ombre delle crepe, delle storture e usure che Emma Dante trova significati illuminanti.

Lineare invece è in questo caso la trama dell’opera: Anna, Nuzza e Bettina, tre donne del sottosuolo che vivono in un sottoscala, un tugurio fatiscente, di giorno sferruzzano a maglia, confezionano “sciallette” per sbarcare un infimo lunario che arrotondano al tramonto, dopo una grottesca metamorfosi, esibendo e offrendo sulla soglia di casa ai passanti i loro corpi decadenti. Con esse vive Arturo, un ragazzo nato handicappato, figlio della loro amica Lucia morta dopo il parto prematuro, conseguenza della violenza e dei calci e pugni di “Geppetto”, un falegname che senza tregua la massacrava di botte.

Le tre donne hanno, pur nell’alienazione e degrado infernale, amorevolmente adottato Arturo che non pronuncia mai parole ma, da spastico iperattivo quale è, esterna incessantemente e febbrilmente ogni emozione con movimenti parossistici, ossessivi dando luogo spesso a immaginifiche e ipnotiche danze come un impazzito derviscio rotante.

Attraverso un fitto, serrato e concitato grammelot in dialetto si percepiscono le diatribe delle tre “madri” alle prese con le meschine conseguenze della miseria ma anche tutte unitamente intente a compiere il più alto e puro atto d’amore: lasciar andare il figlio adottivo, l’unica gioia e ragione della loro vita, per assicurargli un futuro dignitoso. Arturo da “Pinocchio - burattino” si ribalterà in ragazzo e lancerà alle tre madri il suo unico suono sensato: «mamma »! Ne scaturisce uno strazio dolcissimo privo di qualunque retorica anche grazie alle straordinarie interpretazioni di Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi e alla superba performance di Simone Zambelli.

Chiedere pertanto all’autrice e regista quale è stata la genesi di questo piccolo, per durata ma non per intensità, capolavoro diventa una necessità: «Non so esattamente cosa mi abbia portato a scrivere questa storia – confessa Emma Dante –, so soltanto che non è uno spettacolo a tema; a un certo punto ho avuto voglia di parlare di maternità, della violenza sulla donna, della malattia... Di certo la parola che lo intitola è molto pertinente perché avere un cuore capace di comprendere la sofferenza, la miseria, la fragilità oggi è fondamentale. Qualche giorno fa, per strada, ho visto un giovane buttato a terra, con delle coperte addosso. Vicino a lui stavano il suo cane e un cartello con la scritta “ho fame”. Sono passati un ragazzo e una ragazza, ben vestiti; guardavano le vetrine, forse erano in giro per fare shopping. Lui ha osservato la scena, si è voltato verso di lei e ha detto: “mangia il cane”. Lei ha riso e sono passati oltre, continuando a guardare le vetrine. Ecco, questa durezza mi spaventa».

Lo spettacolo è pervaso da un’indubbia pìetas ed Emma Dante è convinta che il teatro debba servire ad ammorbidire i cuori di pietra. Non è utopica come speranza? «No, perché il teatro deve rendere lo spettatore fragile ponendolo di fronte a un problema non per risolverlo, ma per creare consapevolezza e alla fine ci può essere un abbraccio collettivo. Io faccio certamente un teatro che scuote, ma poi cerco sempre qualcosa di morbido, di leggero che può intenerire».

Nel linguaggio biblico, sia in ebraico che in greco, la sede della misericordia era l’utero materno. Le protagoniste di questo testo sono femminili. Un caso? «Ovviamente no. “Femmina penso se penso l’umano”, è un verso della Ballata delle donne di Sanguineti che ho voluto mettere come citazione iniziale nelle note di regia perché è un inno alle donne che parla di culla, di pance, di guerra e il mio spettacolo è un parto, un travaglio in cui il pubblico è la levatrice e alla fine nasce questo ragazzino, un Pinocchio che diventa bambino».

Un tema parallelo che nel corso della messinscena emerge prepotentemente è quello della cosiddetta “violenza di genere”… «Nella nostra cultura la donna è sempre stata considerata un oggetto da possedere. Ma anche l’informazione ha le sue responsabilità nella scelta lessicale di titoli fuorvianti o ambigui; ad esempio che significa dire “è stata uccisa per amore”? La parola amore non c’entra niente; oppure “è stata uccisa una prostituta”? Che importa se faceva la prostituta, o la casalinga, o la sarta? È stata uccisa una persona. Punto. Piuttosto sposo l’idea di una scorta per le donne che vivono questo pericolo ».

La maternità, altro tema che attraversa lo spettacolo. Cosa significa essere madre per Emma Dante? «Per me la maternità prescinde dagli organi interni, anche gli uomini possono essere madri, non è il corpo che fa la madre, per questo credo nell’adozione. Io sono madre di un figlio adottato, il fatto che lui non sia uscito dal mio ventre e che io non l’abbia tenuto in grembo non ha assolutamente inficiato il mio essere madre, io sto vivendo una maternità fortissima che ha a che fare col prendersi cura di, con un trasmettere amore e sapere».

Quale delle opere di misericordia corporale e spirituale Emma Dante metterebbe al primo posto? «Accogliere i forestieri. Opera ineludibile di questi tempi». La scrittrice Elena Stancanelli a proposito dello spettacolo definisce la misericordia «indecente e di scandalosa gratuità ». Un cristiano non può non pensare allo scandalo della croce… «Concordo appieno».

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