venerdì 12 luglio 2024
I lavoratori anziani «poco creativi» e i giovani «acerbi»: il clima all'interno delle aziende viene minato dai pregiudizi e il 70% delle competenze viene così sprecato. I dati di Lifeed
Un'assemblea dell'Associazione nazionale dei lavoratori anziani in azienda di diversi anni fa

Un'assemblea dell'Associazione nazionale dei lavoratori anziani in azienda di diversi anni fa - Anla

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Lavoratori maturi a cui troppo spesso (e a sproposito) viene incollata addosso l’etichetta di essere poco creativi e incapaci di aprirsi alle novità, così come i giovani neoassunti vengono ritenuti ancora acerbi per assumere ruoli di responsabilità e poco propensi a esercitare la leadership. Sono alcuni dei più diffusi stereotipi legati all’età che esistono nelle aziende e che andrebbero combattuti per migliorare il clima interno, favorire una buona integrazione tra le diverse generazioni di lavoratori e migliorare le performance aziendali. Ad accendere un faro sugli effetti deleteri che hanno questi cliché sono i dati dell’Osservatorio Vita-Lavoro di Lifeed, che monitora gli oltre 70.000 partecipanti alla piattaforma Lifeed che si occupa di formazione. Secondo le proiezioni demografiche, inoltre, entro il 2031 un lavoratore su quattro avrà più di 55 anni, ed è quindi fondamentale per le imprese attuare sistemi di age diversity per valorizzare la presenza e la coabitazione di diverse generazioni di lavoratori con peculiarità diverse.

I dati analizzati da Lifeed rivelano che, a causa di questi stereotipi legati all’età, le imprese “lasciano a casa” il 70% di competenze che le persone allenano ed esprimono nella vita privata e rimane nascosto sul luogo di lavoro. Secondo i dati, ad esempio, i lavoratori over 50 sviluppano le proprie competenze di innovazione nell’esperienza genitoriale e nella gestione del percorso scolastico dei propri figli (7 partecipanti su 10). Anche il caregiving e l’essere figlio prendendosi cura di un genitore durante una malattia, rappresenta per il 56% dei più anziani una vera e propria palestra di competenze di innovazione, come la flessibilità e la gestione del rischio. I giovani, d’altra parte, hanno sviluppato competenze di leadership durante diverse transizioni di vita, tra cui la nascita di un figlio (vissuta da circa 6 partecipanti alla ricerca su 10) e la malattia o la perdita di un genitore (vissuta da 1 partecipante su 4). Ma tutto ciò resta fuori da quelle aziende che si limitano a vedere il ruolo professionale e non quelli privati delle loro risorse. «Questi preconcetti tengono bloccate le competenze soft che le persone allenano nella vita privata: competenze di leadership come il problem solving, il lavoro di squadra e l’attitudine a motivare, si allenano anche su un campo di calcetto o nell’organizzare le vacanze con gli amici o un trasloco.

Tutte cose che i giovani fanno quotidianamente, semplicemente vivendo. Allo stesso modo, occuparsi dei pomeriggi dei figli e avere un hobby per i lavoratori più anziani rappresentano palestre di creatività enormi. Dai dati emerge un potenziale di competenze complementari tra le generazioni» commentato Martina Borsato, responsabile Osservatorio Vita-Lavoro di Lifeed. «In un mondo del lavoro sempre più dinamico, la diversità generazionale diventa un motore di innovazione fondamentale per la crescita delle imprese», aggiunge Chiara Bacilieri, responsabile Innovazione di Lifeed.

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