martedì 11 ottobre 2011
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Silvio Berlusconi non teme la fronda interna e prepara l’offensiva in grado di rimettere d’accordo tutti. «Da soli non vanno da nessuna parte, hanno già visto che fine ha fatto Fini. Sono certo che non rompreanno», continua a ripetere. Asserragliato nel suo fortino di Arcore  incassa in serata la proposta di tregua di Claudio Scajola e lavora a tutto spiano al decreto sviluppo. Sul quale spunta, in luogo del condono accantonato, l’ipotesi di una mini-patrimoniale. «Il decreto è a buon punto. I soldi sono stati trovati. Quattro miliardi? Ancora di più», trapela dal ministero del Tesoro. Tutto si muove, intanto, nel Pdl e nell’alleanza, ma chi ha sentito Berlusconi ieri l’ha trovato sereno e determinato. Vacilla, sulla spinta della base sempre più insofferente, la leadership dell’alleato leghista, che fa sempre più sponda con Giulio Tremonti. Umberto Bossi lo ha incontrato ieri, proprio mentre il presidente del Consiglio, ad Arcore, riceveva la visita di Angelino Alfano. C’era chi aveva persino parlato di freddezza fra il premier e il segretario del Pdl, sull’onda di nuovi partiti di là da venire, ma che certo, una volta evocati, non giovano a legittimare chi è impegnato a tempo pieno a frenare i dissensi nel partito che c’è. Non ci sono solo Scajola e Pisanu, fa discutere l’intervista-ultimatum a <+corsivo>Repubblica<+tondo> di Roberto Formigoni («Come Veronica», titolava acido a tutta pagina <+corsivo>Il Giornale<+tondo>, ieri, ad attizzare il fuoco) per non dire dell’offensiva di Gianni Alemanno e la nuova sortita dei Responsabili che tornano ad alzare il prezzo. Alfano però ha trovato un Berlusconi determinato ad andare avanti, con i dossier tutti sul tavolo da portare a destinazione schivando incidenti di percorso. In mattinata, per fare il punto sul decreto sviluppo Berlusconi aveva ricevuto anche il ministro Paolo Romani e il sottosegretario Luigi Casero, con l’intento di valutare le differenti proposte per poi arrivare a fare sintesi entro un paio di settimane.Ma la quadra non si presenta facile, la rotta di collisione con la Lega è sempre dietro l’angolo, con Giulio Tremonti che è stato per un’ora in via Bellerio a colloquio con Umberto Bossi e i fedelissimi Calderoli, Castelli, Reguzzoni, Bricolo, Giorgetti, Cota, Bossi jr. e assenti più o meno giustificati i soli Maroni e Zaia. Il ministro dell’Economia si è così assicurato ieri il rinnovato sostegno dell’alleato di sempre anche sulla partita del decreto sviluppo - che infatti fa registrare un arretramento del Pdl sul condono - e su quella non meno delicata della successione a Draghi per la quale Berlusconi sembra ancora intenzionato a tirarla per le lunghe. Ma il primo novembre, data del passaggio di Draghi alla Bce, si avvicina e il 24 ottobre è convocato il Consiglio di Bankitalia per dare il parere su un nome che ancora non c’è.Alemanno intanto torna a chiedere che si apra davvero la stagione dei congressi, nel Pdl. Formigoni aveva fatto di più, rilanciando le primarie e dando per acquisita la rinuncia di Berlusconi nel 2013. Per la qual cosa parla di «atto di ingratitudine che non ha precedenti nella politica italiana» Sandro Bondi, ma soprattutto di «suicidio politico, esattamente come quello che compì la Democrazia cristiana», dice l’ex ministro dei Beni Culturali intervistato dal Giornale, che ormai ha messo Formigoni nel mirino. «Il Giornale? Non l’ho neanche letto», è la replica sprezzante del presidente della Lombardia.Nella partita si inseriscono anche i responsabili che con Luciano Sardelli chiedono un freno all’asse con la Lega e di aprire all’Udc. Pari pari quello che chiede Scajola, insomma, con il quale Sardelli annuncia non a caso che si vedrà, in settimana. «Allargare la maggioranza, ma senza rincorrere nessuno», frena gli entusiasmi Maurizio Gasparri. «A Berlusconi non c’è alternativa, con questa sinistra lacerata su tutto», avverte il capogruppo del Pdl al Senato, impegnato in una campagna elettorale in Molise quasi dimenticata per il deflagrare delle polemiche romane. E che pure si preannuncia come un nuovo banco di prova per la tenuta dell’alleanza di governo, che rischia di perdere nel mini turno di questo fine settimana un’altra piccola roccaforte territoriale a lungo detenuta.
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