giovedì 17 marzo 2022
Quasi uno stallo sul campo, con bombardamenti che colpiscono obiettivi non militari ma senza avanzata russa. Il negoziato non decolla, "tregua forse in 10 giorni", speranze dal vertice tra Usa e Cina
Inizia la quarta settimana di guerra, furore sui civili, Putin da interpretare
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L'ultimo giorno della terza settimana di guerra in Ucraina si era chiuso con il bombardamento sul teatro di Mariupol, dove avevano trovato protezione centinaia di cittadini sfollati dalle proprie case. Il primo giorno della quarta settimana di combattimenti si è aperto con altre stragi di civili a Kharkiv e Chernihiv, nelle quali ha perso la vita anche anche un americano. Il fuoco russo non si ferma e brucia sulle principali città già nel mirino da giorni. Ma l'avanzata sul campo delle truppe non fa progressi. Secondo l'intelligence britannica, le forze di Mosca non riescono a superare le linee su cui si sono acquartierate e non hanno verosimilmente la prospettiva di ricevere rinforzi tale da modificare la situazione a breve termine. Uno stallo tragico vede dunque colpi sparati su obiettivi prevalentemente non militari, per mantenere alta la pressione e indurre i governanti di Kiev a accettare maggiori concessioni nel negoziato in corso.

Il paradosso di questi 22 giorni di combattimenti è che la parte aggredita, sul cui territorio si svolge l'intero conflitto, subendo forti perdite sia umane sia materiali, sta prendendo le sembianze del potenziale vincitore. La sorpresa di vedere l'esercito russo letteralmente impantanato nella pianure ucraine potrebbe tuttavia dare un'impressione fortemente fuorviante dell'andamento bellico, e anche mal consigliare gli attori della crisi rispetto alla necessaria ripresa dell'iniziativa diplomatica. Se si vuole capire il possibile sviluppo degli avvenimenti, bisogna dunque considerare un quadro più ampio.

Esso comprende quella che è stata definita la sfinge del Cremlino. Un Putin che manda segnali contrastanti, senza però deflettere dal piano iniziale, dimostrato con i fatti dell'invasione che è andata ben oltre la difesa del Donbass, malgrado a parole si continui a negare la volontà di occupare l'intero Paese. Le difficoltà economiche e militari russe sono certamente grandi e crescenti, ma è presto per affermare che Mosca non possa aumentare il volume dei lanci di missili e di colpi di artiglieria, sfidando l'esecrazione internazionale, allo scopo di mettere in ginocchio la resistenza di Kiev. La reputazione del leader russo è ormai in caduta libera (la Casa Bianca l'ha definito "dittatore omicida"), ma all'interno un sondaggio condotto da sociologi indipendenti avrebbe indicato un consenso del 71% dei cittadini all'aggressione lanciata il 24 febbraio. Tutto ciò segnala che al tavolo le richieste di Putin potrebbero essere ancora quelle esigenti e già respinte dalla controparte come inaccettabili.

La sola condizione della neutralità dell'Ucraina, con la rinuncia a basi militari straniere e a forze armate rilevanti, appare un compromesso che sarebbe propiziato dalla acclarata debolezza di Mosca nel conflitto, una circostanza che ancora non è data. La questione tempo diventa quindi quella chiave. Fonti di Kiev hanno fatto trapelare il tempo di una settimana o poco più per potere giungere a una tregua. In quel lasso, molte cose possono però cambiare sul terreno. Per questo il presidente Zelensky continua a visitare virtualmente i Parlamenti occidentali (i 22 marzo parlerà a Camera e Senato italiani) sollecitando aiuti militari e quella no-fly zone che la Nato non può concedere. Con i cieli protetti dagli attacchi nemici, le forze ucraine possono reggere l'urto per molti giorni, rafforzando la posizione negoziale del Paese di fronte all'impotenza russa. Altrimenti, il Cremlino potrebbe scegliere di accelerare con la strategia della terra bruciata per spuntare quella vittoria che comunque non potrà essere completa come nei piani.

L'annunciato colloquio tra Joe Biden e Xi Jinping potrebbe essere un acceleratore dei colloqui, se la Cina prenderà posizione con maggiore chiarezza su suoi rapporti con il Cremlino. Il prolungarsi delle ambiguità non gioverebbe alla causa della pace. Il ventiduesimo giorno di guerra consegna dunque uno scenario di vittime, distruzioni e incertezza sulla fine delle violenze. Anche se indebolito, irritato dagli oppositori che ha promesso di sputare come moscerini, lo Zar Putin tiene ancora in mano le sorti della crisi.



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