L’Europa è più forte delle apparenze
venerdì 11 dicembre 2020

L’Europa che raggiunge l’ennesimo sofferto compromesso dopo una lunga trattativa e la minaccia di veti e rotture laceranti è in realtà più forte di quanto sembri. Sembrava che la cosiddetta controversia sullo Stato di diritto fosse una oscura disputa (e in effetti è materia che non si presta a semplificazioni da social media) all’ombra della quale regolare conti tra Stati a diversa guida politica, per poi trasformarsi in un ostacolo pretestuoso ma insormontabile al varo del Next Generation Eu, il piano da 750 miliardi destinato a risollevare l’Unione provata dall’emergenza Covid.

Per chi vuole, però, basta poco a diradare la cortina fumogena e vedere i termini chiari di una questione cruciale, ora giunta a una onorevole soluzione. Ad accompagnare il grande pacchetto di aiuti deciso non senza difficoltà in luglio – su impulso soprattutto dei Paesi detti frugali (per la loro avversione all’indebitamento: Olanda, Austria, Svezia, Danimarca) e col sostegno dell’Europarlamento – è stata inserita una clausola che vincola l’erogazione dei fondi al rispetto delle norme fondamentali della liberaldemocrazia.

Sono le rigide condizioni previste per l’ingresso nell’Unione e dovrebbero accomunare ora tutti i membri. Tra di esse, la separazione tra poteri con l’indipendenza della magistratura, libertà di stampa e di azione per i corpi sociali intermedi. Diritti questi ultimi che, secondo molti osservatori, sono attualmente violati proprio in Polonia e Ungheria, dove i giudici hanno subito forti condizionamenti, università e Ong sono state di fatto costrette alla chiusura e i media subiscono pressioni o accorpamenti sotto l’egida statale.

A Varsavia e Budapest però non ci sono dittature, i governi e i leader vengono regolarmente eletti, la gente non staziona in piazza per protestare. A rendere più complicate le cose, manifestazioni ripetute si sono invece avute in Polonia contro una sentenza che mette fuorilegge l’interruzione selettiva della gravidanza. Non potrebbe essere una decisione interna come questa l’oggetto delle eventuali sanzioni economiche europee (sebbene prese di posizioni ideologiche a favore di un 'diritto di aborto' si siano registrate a livello istituzionale). Al contrario, è il quadro giuridico procedurale ciò che si vuole salvaguardare, quello che permette a chiunque di avere un verdetto imparziale, di aprire un ateneo privato o un giornale senza dover subire interferenze immotivate. Su questo punto l’Europa non ha ceduto, malgrado le forti proteste dei Paesi interessati e la manifestata intenzione di fare saltare l’intesa sul Recovery Fund, per cui è necessaria l’unanimità.

Una scelta che dal punto di vista economico sarebbe stata autolesionistica, poiché Varsavia e Budapest ne saranno tra i maggiori beneficiari, oltre a esserlo già dei contributi comunitari, sui quali hanno basato la loro recente crescita economica. Non si può quindi escludere che il veto fosse un bluff da non giocare sino in fondo. La Germania, presidente di turno della Ue, ha fatto quindi balenare l’ipotesi di procedere a 25, e non a 27, disarmando il 'ricatto'. Ma la partita era ormai diventata politica e di immagine. Si è arrivati così all’intesa di ieri sera.

Che prevede un ruolo esplicito della Corte europea di Lussemburgo sulla valutazione del regolamento circa lo Stato di diritto (clausola che può allungare i tempi) e l’applicazione di sanzioni solo sul futuro bilancio 2021-2027 (in cui è incluso il Next Generation Eu). Resta dunque il vincolo dell’erogazione dei fondi al rispetto delle regole procedurali della democrazia liberale, il fondamento grazie al quale i diritti possono essere goduti dai cittadini, al di là delle pure enunciazioni. Su questo l’Europa fa un altro passo avanti, pur faticoso e inevitabilmente negoziato tra diverse esigenze e sensibilità.

Certo, ai diritti serve anche una componente sostanziale, quella che garantisce per esempio lavoro e servizi essenziali, cui potrà contribuire proprio il Recovery Fund che da oggi può riprendere il proprio cammino, si spera adesso accelerato. In definitiva, l’Unione a 27, impegnata su un altro tavolo a finalizzare un non disastroso ma pur sempre doloroso divorzio dalla Gran Bretagna, dà un’altra prova della sua resilienza. E nello stesso tempo sembra dire che il complicato sforzo di procedere tutti insieme potrebbe lasciare spazio in futuro a geometrie e assetti variabili, in cui nessuno sia escluso preventivamente, ma in cui i più pronti e disponibili possano fare celermente i passi necessari per rendere le istituzioni comunitarie davvero al servizio delle persone, superando burocrazie e nazionalismi.

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