Il cammino della santità non si ferma mai. Conta tante strade quante sono le persone che le hanno imboccate e continuano a percorrerle. Ognuna originale a suo modo, cioè diversa da tutte le altre, ma con un dato comune: la rinuncia. Perché si diventa santi non tanto, o comunque non solo, accumulando virtù ma togliendo, smussando, scavando. È come un sentiero di montagna: se il bagaglio è leggero si sale più in fretta. Nella vita dello spirito succede lo stesso, cresce chi accetta di farsi piccolo, per così dire si diventa grandi “per dimenticanza”. Dove a dover essere lasciato indietro è il proprio orgoglio, il culto di sé, la presunzione di poter bastare a noi stessi.
Nel messaggio, diffuso ieri, per la prossima Quaresima, il Papa ci invita a verificare proprio questo, se cioè nella nostra quotidianità «siamo capaci di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni». Il percorso è difficile, avverte il Pontefice, ma diventa praticabile se i gesti sono secondo lo stile che deve caratterizzare il cristiano: il senso della comunità, il fare le cose, al limite anche sbagliate, ma insieme. Uno accanto all’altro, da compagni di viaggio, così da amplificare la capacità di ascolto dei richiami alla misericordia che il Padre non si stanca mai di assicurare. Senza soluzione di continuità, ininterrottamente, ogni istante. D’altronde, la speranza non riguarda strane astrazioni, è la consapevolezza che il Signore ci sarà sempre accanto, fedele come nessun altro potrebbe nella nostra vita. Con noi anche quando cadiamo, pure nei periodi bui di rifiuto della sua presenza, persino nel momento in cui commettiamo dei terribili, colpevoli sbagli.
Com’è successo a Bartolo Longo, il fondatore del Santuario di Pompei prossimo santo, che prima di una conversione radicale, profonda, da cambiare la pelle, si era lasciato attrarre dallo spiritismo fino a derive sataniche, apertamente anticlericali e antipapali. Poi, la depressione, l’incontro con uomini dalla fede cristallina e la scoperta di una devozione profonda e dolcissima alla Vergine, cresciuta sgranando i semi del Rosario, gradini di quella misteriosa scala che unisce la terra al cielo. Respiri di una fede semplice, genuina, che alle espressioni forbite preferisce il linguaggio del cuore, capace di guardare in alto rimanendo ancorato alla terra. Nel segno della speranza, virtù che non fugge la realtà ma ha il coraggio di affrontarla, chiamando bene il bene e male il male, proiettandosi però al di là del tempo per calare l’eterno nel presente. Come un filtro che aiuta a capire fino a che punto quanto viviamo in termini di dolore, di angoscia, di paura, possa diventare occasione d’amore o puntello per farlo crescere.
A ben vedere è l’atteggiamento di chi in queste ore prega per la salute di papa Francesco, e lo fa stando insieme, tenendosi tutti idealmente per mano. Si chiede la guarigione del Pontefice ma soprattutto si esprime la certezza che lo sguardo di Dio non si staccherà mai da lui. E non potrebbe esserci rifugio o abbraccio più sicuro. Non a caso i bollettini medici sul ricovero ospedaliero del Papa sono all’insegna della più assoluta trasparenza. Quasi a dire che la speranza non teme affatto il confronto con la realtà concreta, semmai punta a leggerla nel profondo per far crescere le radici di vita nuova, e sono tante, che ne attraversano il cammino. Vederle non è poi così difficile a patto che, come recita il Messaggio per la Quaresima, diventiamo tessitori di unità, rinunciando all’autosufficienza, per camminare davvero con gli altri. Si diventa santi, ma prima ancora uomini e donne autentici, per dimenticanza di sé.