L'Europa, eredità incompiuta di De Gasperi
sabato 1 marzo 2025

Ad Alcide De Gasperi – più che a chiunque altro – l’Italia deve il lungo periodo di democrazia e di pace che dal dopoguerra arriva fino ad oggi. Presidente del Consiglio dal 1945 al 1953, in pochissimi anni pose le fondamenta politiche della “casa comune” degli italiani e inserì un Paese vinto e responsabile di una terribile guerra di aggressione tra i soci fondatori dell’Alleanza atlantica e dell’unità europea. Oltre alle sue notevoli capacità politiche, contribuì a farne un grande statista – nella storia italiana, l’unico paragonabile a Cavour – la sua tempra morale e una visione ideale cui non rinunciò neanche in momenti difficili. La chiusura della causa diocesana per la sua canonizzazione ci ricorda quanto fu stretto in lui il legame tra il cristiano e il politico.
È un legame che, presente fin dalla giovinezza, si rinnovò drammaticamente in lui dopo la condanna, nel 1927, a quattro anni di prigione. Poiché non c’erano prove contro di lui, il suo avvocato lo illuse che sarebbe stato assolto, ma i fascisti vollero vendicarsi della resistenza alla dittatura dell’ultimo segretario del Partito popolare. Con l’ottusità tipica di chi crede solo nella superiorità della forza – nel mondo di oggi sembra quasi la regola - i suoi nemici commisero però un grave errore: dopo la vittoria del fascismo, De Gasperi aveva chiuso con la politica, ma quella condanna lo spinse verso un nuovo impegno politico, questa volta con motivi molto più forti che attingevano direttamente alla sua fede. Riportato in prigione, passò la notte senza dormire, senza piangere e senza riuscire a pregare, ma solo invocando il nome di Dio. «Quando il Signore volle, si levò l’alba» scrisse poi alla moglie Francesca. «Allora, solo allora, levando gli occhi verso il lembo azzurro» di cielo che poteva vedere dalla sua cella, «i miei occhi cominciarono a stillare lacrime». «E dopo il pianto cominciai a ragionare. Perché il Signore mi ha lasciato colpire così? Se la cosa fosse solo tra me e la Sua Giustizia, lo so, che sarebbero in causa i miei peccati; ma […] questo è fatto pubblico: io sono un granello rimesso dalla Sua mano potente nel vortice del mondo, un sassolino con cui impasta il Suo edificio. Quale vortice quale edificio? Non lo so, ma Dio ha un disegno imperscrutabile innanzi al quale mi inchino adorando […] Egli ci ama e fa di noi qualcosa che oggi non comprendiamo. Così ragionando mi sono alquanto consolato…».
Cominciò allora una nuova fase della sua vita. A Benedetto Croce – che vedeva nella Chiesa un nemico della libertà – ricordò l’opera svolta per secoli dalla Chiesa promuovendo silenziosamente la penetrazione nelle anime di uno “spirito cristiano” fermento di libertà anzitutto interiore ma con importanti influenze anche sui comportamenti civili e politici. Al mondo ecclesiastico che invece si opponeva alla democrazia, indicò le profonde radici cristiane degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità affermati dalla Rivoluzione francese. Nel Dopoguerra guidò la Dc a svolgere la funzione di «partito nazionale» che non puntava al monopolio del potere – malgrado la maggioranza assoluta dei voti raggiunta nel 1948 – ma, spinta dalla sua ispirazione cristiana, si poneva come cardine una democrazia pluralista fondata sulla collaborazione fra diverse tradizioni politiche: cattolico-democratica, liberale, socialista.
Oggi è di speciale importanza l’eredità di De Gasperi in politica estera. Che fu, anzitutto, una convinta politica di pace e di cooperazione internazionale. Ai vincitori della Seconda guerra mondiale chiese di non usare la loro forza per furbi espedienti, tregue momentanee o compromessi instabili, ma per realizzare una vera pace, attesa ansiosamente da milioni di uomini e di donne dopo anni di guerra. Agli italiani ancora prigionieri di sterili sentimenti nazionalisti ricordò che non esisteva «la linea ideale etnica». Persino nella Nato vide non uno strumento di guerra, ma un mezzo per garantire, nelle condizioni create dalla contrapposizione tra Est ed Ovest, la stabilità internazionale. Inserì l’Italia tra i sostenitori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio – primo nucleo della futura Unione europea - anche se questo organismo riguardava soprattutto i problemi tra Francia e Germania. Nella costruzione della «nostra patria Europa», infatti, vide la risposta a una «funesta eredità di guerre civili [...] questo alternarsi, cioè, di aggressioni e rivincite, di spirito egemonico, di avidità di ricchezza e di spazio, di anarchia e di tirannia che ci ha lasciato la nostra storia europea, per il resto così gloriosa». Costituire una Comunità europea di difesa fu per lui il modo di contrastare «questi germi di disgregazione e di declino», purché la Ced aprisse la strada alla costituzione di una vera «autorità politica supernazionale»: insomma, a un’Europa federale. La determinazione degasperiana nel fare del nostro Paese un fondatore dell’unità europea suona oggi come un alto monito perché l’Italia non resti ai margini della rifondazione dell’Europa che i sorprendenti cambiamenti internazionali oggi in atto rendono sempre più urgente.

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