Corte dell'Aja contro Hamas e Netanyahu, un segnale: nessuno resta impunito
martedì 21 maggio 2024

Il giorno in cui il Tribunale della Corte penale internazionale ha emesso il mandato di cattura contro Vladimir Putin, da buona parte del mondo, e specialmente dai governi europei e dai Paesi Nato, era salita un’ovazione. Più timida è la reazione degli Stati Ue quando si tratta di inchieste e mandati di cattura per i crimini contro i migranti in Libia, Paese con cui Roma e Bruxelles intrattengono rapporti improntati più al “segreto di stato” che alla trasparenza.

Non poteva andare diversamente con le indagini su Israele. Nel dicembre 2023, quando il procuratore Khan si era recato a Gerusalemme e in Palestina, le agenzie di stampa avevano registrato l’entusiasmo di chi sosteneva le indagini contro i criminali alla guida di Hamas, sorvolando sull’ipotesi di una inchiesta che toccasse anche governo e militari di Tel Aviv. «Nessuno si senta impunito», aveva però avvertito il procuratore internazionale. Non solo: «Ho anche chiarito abbondantemente che la legge - aveva insistito Karim Khan - non può essere interpretata in un modo che la privi di significato», quando invece occorre far rispettare la Convenzione di Ginevra, «ovvero proteggere i più vulnerabili della società, dai bambini alle donne».

La chiave per capire gli sviluppi giudiziari in Medio Oriente è ancora in quelle parole. Perché il 7 ottobre Hamas ha compiuto un orribile crimine contro i civili e contro le speranze di convivenza. E perché Israele, che ha il diritto-dovere di difendersi e salvaguardare la sua gente, a cominciare dagli ostaggi, deve però farlo tenendo l’impegno «a proteggere i più vulnerabili».

Ad aprile è arrivata la conferma dell’inchiesta a largo spettro. Non dalle parole dell’Aja, ma dal timore espresso negli Usa. «Gli Stati Uniti non sostengono l'indagine della Corte penale internazionale contro Israele», disse Karine Jean-Pierre, portavoce della Casa Bianca facendo intendere che all’Aja le cose si stessero mettendo male per Netanyahu. Con una chiosa: «Non crediamo abbia la giurisdizione».

Non bastasse, l’escalation contro la Procura è giunta al suo massimo quando Paesi democratici come Israele e Stati Uniti hanno cominciato a fare pressione e minacciare la Corte. A tal punto da costringere il procuratore Khan a ricordare che l’articolo 70 dello Statuto di Roma, l’atto normativo istitutivo del tribunale penale internazionale permanente, obbliga i magistrati a perseguire chi tenta di condizionarne l’operato. Pressioni arrivate non da screditate autocrazie putiniane, ma da solide democrazie in crisi d’identità.

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La richiesta di mandato di cattura per i capi di Hamas e i leader del governo israeliano sono insieme una prova di maturità per la Procura e la conferma della sua fragilità: non può eseguire gli arresti, ma chiedere che lo facciano gli Stati membri. Non è certo che il tribunale accolga tutte le richieste degli inquirenti. E senza la convalida della corte alcuni degli indagati potrebbero farla franca.

Tuttavia, conta anche il non detto. Fino alla guerra contro l’Ucraina Paesi come Stati Uniti, Israele, Russia, Cina, credevano fosse sufficiente non aderire all’Aja per non finire alla sbarra. Ma come era accaduto a Putin, Israele è sotto indagine perché i presunti crimini sono commessi contro la Palestina, che invece riconosce la giurisdizione internazionale. In altre parole, commettere crimini nel territorio di un Paese che aderisce all’Aja, attiva la giurisdizione internazionale anche per chi la disconosce. Perciò l’avvertenza del procuratore Khan aveva agitato le acque: «Nessuno si senta impunito».

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