
Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, di Greta non parla più nessuno e nel dibattito pubblico le energie alternative vengono viste come il caffè di cicoria dei tempi di Mussolini. Ossia un’alternativa al prodotto d’importazione, sparito dagli scaffali con l’autarchia, ma anche un prodotto ben diverso nel sapore e nella sostanza dal vero caffè. Si spera che non avvenga lo stesso al fotovoltaico, per molto tempo superincentivato e recentemente rilanciato per mettere una toppa al bilancio energetico: che sia un’alternativa vera, non solo sotto il profilo etico ma anche sotto quello economico. Bisogna ricordare che i progetti del Green Deal per la transizione energetica e l’abbandono delle fonti fossili erano partiti ben prima dell’invasione russa, ma adesso c’è la disponibilità di oltre un miliardo di euro del Recovery fund per trasformare quei sogni in realtà e si può farlo partendo dai campi. Il primo strumento è un bando che scade domani. Facciamo un passo indietro. In Italia, si coltivano tredici milioni di ettari che coprono poco meno della metà del territorio nazionale. Non tutti sono occupati da mais, ortaggi o allevamenti; su una parte troviamo degli edifici adibiti alla produzione o allo stoccaggio delle commodities nazionali. Abbiamo a disposizione milioni di metri quadrati di tetti: 4,3 per la precisione ed è esattamente questa la superficie che l’Europa ci chiede di coprire di pannelli solari entro il 2026. Bruxelles ha già staccato un bell’assegno per convincere gli agricoltori, i quali peraltro sembrano già molto convinti, perché da anni integrano il loro reddito con le energie alternative: chi produce biogas, chi installa turbine per la produzione idroelettrica...
La Coldiretti esulta – «contribuirà alla sovranità energetica del Paese» – e ci ricorda che il bando permette di produrre 0,43 Gigawatt che ci renderanno meno dipendenti dai ricatti energetici di Putin. Ma soprattutto porterà una pioggia di soldi nelle tasche di chi si doterà di un impianto fotovoltaico con il quale riscaldare la stalla e far funzionare gli impianti di lavorazione dei raccolti. Non prestiti, ma contributi a fondo perduto, che nessuno chiederà indietro. Al bando dell’agrisolare, partito un mese fa, potevano accedere agricoltori, consorzi e cooperative. Ogni beneficiario potrà incassare al massimo 750mila euro se realizza un impianto e un milione se realizza più progetti nella propria azienda. Sono finanziabili solo impianti di nuova costruzione. La quota finanziabile varia a seconda di dove opera il beneficiario e di quanti anni ha: se opera al nord, il contributo coprirà il 40 per cento dell’investimento, mentre al sud arriverà al 50 per cento; se ha meno di 40 anni avrà un ulteriore 20 per cento e lo stesso incremento del contributo sarà riconosciuto a chi abita in zone svantaggiate; i due incrementi sono cumulabili, cioè un giovane in montagna al sud può arrivare ad avere un contributo che copre il 90 per cento dell’investimento. Se gli agricoltori italiani vorranno realizzare un parco agrisolare in cascina – installando «impianti fotovoltaici su edifici a uso produttivo nei settori agricolo, zootecnico e agroindustriale» come recita la norma – potranno accedere pertanto a 1.500 milioni di euro da spendere tra il 2022 e il 2026 (1.200 milioni per la realizzazione di interventi nel settore della produzione agricola primaria; 150 milioni di euro per interventi nel settore della trasformazione di prodotti agricoli; 150 milioni di euro per interventi nel settore della trasformazione di prodotti agricoli in non agricoli).
Esiste un contributo integrativo per la rimozione di amianto e interventi complementari ed esiste una quota – il 40% dello stanziamento – riservata ad Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Con questo strumento si pensa di coprire di pannelli 20mila stalle e cascine e produrre in questo modo 375mila KWp, facendo crescere enormemente il parco fotovoltaico del Paese che oggi si estende su 17.560 ettari. Per scongiurare che, conquistati dal verbo green e dalle provvidenze governative, gli agricoltori piastrellino di fotovoltaico campi, vigne e oliveti, si è deciso che gli impianti finanziati dal bando abbiano una capacità non superiore al fabbisogno energetico dell’azienda e che, se proprio si vuole, si possa vendere l’energia prodotta ma solo fino alla somma dei consumi annui di energia elettrica e di energia termica del corpo aziendale. In altre parole, si finanzia lo spostamento dal consumo all’autoconsumo ma nulla più. Secondo alcuni, con quello che costa la progettazione (ammesso che si trovi un tecnico disponibile) e soprattutto i materiali (i prezzi sono alle stelle e a volte i componenti non arrivano per mesi) il 40% non è poi tantissimo, anche perché il bando prevede un limite di 1.500 kwp, che potrebbe comportare una decurtazione al 40%. Dobbiamo ricordare, comunque, che la semina di pannelli fotovoltaici sui campi italiani era iniziata ben prima del bando, che però fa le cose in grande e ci permetterà di capire se realmente l’Italia possa accendersi e riscaldarsi con l’energia solare. La prospettiva è infatti di due tipi: tra qualche anno avremo un immenso lastricato di pannelli obsoleti, utili soltanto a rifornire di energia le aziende agricole – nel qual caso il fotovoltaico farà effettivamente la fine del caffè di cicoria – oppure l’agricoltura italiana scoprirà una vocazione industriale, i parchi fotovoltaici inizieranno a diventare una voce preponderante della multifunzionalità e il settore primario produrrà elettricità per venderla. Una delle Regioni coinvolte nel bando è la Calabria, la quale ha già una lunga storia nell’agrisolare.
Nella piana di Sibari, la fondazione Terzeria (azienda agricola in forma societaria e bene-fit), il Consorzio Cre (Corigliano Renewable Energie) e il consorzio Ref (Renovable Energy Farm), sia sfruttando degli incentivi che in regime di grid parity, cioè a parità di costo rispetto all’energia che si acquisterebbe dalla rete, hanno realizzato dal 2008 degli importanti impianti fotovoltaici, la cui potenza totale ammonta a 9 Megawatt, distribuiti in 20 aziende agricole, che producono riso e ortofrutta. «La nostra è una comunità energetica pre green economy, premiata dalla Regione Piemonte nel 2007, che ha permesso di abbassare i costi energetici di aziende che hanno una logistica importante» testimonia Benito Scazziota, presidente della Terzeria di Cassano allo Jonio, in provincia di Cosenza. «Siamo in attesa per fine anno – spiega Scazziota – del secondo bando, forse più importante, per l’agrivoltaico, che permetterà alle aziende agricole di produrre energia elettrica non più per l’autoconsumo ma per la rete». E non far la fine del caffè di cicoria.