giovedì 9 luglio 2015
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Le bolle finanziarie sono una vera pacchia per la speculazione. Ci si guadagna un sacco di soldi 'shortando', vendendo cioè al ribasso e amplificando i profitti con l’effetto leva. A festeggiare sono i ribassisti di professione, investitori belli grossi come gli hedge funds. A rimetterci sono invece sempre i pesci piccoli, inebriati dai facili guadagni quando i listini salgono, troppo spesso incapaci di uscire dal mercato prima che sia tardi. Così è accaduto anche nell’estremo Oriente, per quanto oramai la geografia conti ben poco con la globalizzazione dei mercati finanziari. Che in Cina un’immensa bolla speculativa si stesse gonfiando era ormai evidente da oltre un anno. Complice il sistema bancario ombra. Il Dragone ha reagito infatti all’ultima crisi mondiale spingendo sugli investimenti infrastrutturali. Per finanziare questi progetti, le banche dello Stato hanno concesso crediti in abbondanza alle imprese. Lo stesso hanno fatto i governi locali, provocando l’esplosione del debito pubblico e privato. Per i soli governi locali, fino allo scorso anno, l’aumento del passivo è stato del 67%: da 10.700 a 17.900 miliardi di renminbi (2.150 miliardi di euro). Naturalmente questi 'investimenti' sono stati ri-venduti a piccole dosi – perché più remunerativi dei semplici depositi – anche ai risparmiatori. Morale: insieme al debito si sono gonfiati anche i listini azionari. Quello di Shenzhen ha triplicato il valore negli ultimi 12 mesi (+191%). Gli speculatori aspettavano solo il momento giusto per tirare fuori lo spillo e bucarli. Per guadagnare 'shortando', appunto. A metà aprile il gestore (obbligazionario) forse più famoso al mondo, Bill Gross, una vita in Pimco e il presente in Janus Capital, twittava entusiasta: «In Cina l’occasione di una vita per andare al ribasso». Di sicuro – lui – l’ha colta al volo.
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