sabato 12 dicembre 2015
Prestiti ad 'amici' e mala gestione alla base di perdite da capogiro.
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Gestione disinvolta del credito da parte di manager sfacciati che distribuivano ingenti e facili prestiti solo ai loro 'amici' e peggio ancora – in alcuni casi – per finanziare progetti mai realizzati. Scarsa vigilanza interna. Poi la mossa disperata per rimettersi in sesto: piazzare a tutto spiano queste ormai famosissime obbligazioni subordinate – ma che fino a pochi giorni fa erano titoli sconosciuti ai più – a risparmiatori finanziariamente ignoranti, sottolineando l’opportunità di lauti rendimenti ma omettendo il livello elevatissimo di rischio. Qualche anno fa, inoltre, il via a ispezioni, inchieste giudiziarie e commissariamenti, che finalmente iniziano a manifestare problemi di solvibilità e alzano il velo sugli enormi buchi degli istituti. Sono alcune delle caratteristiche principali delle crisi delle quattro banche salvate dal decreto del governo del 22 novembre. Le vicissitudini, seppur con sfaccettature diverse tra loro, hanno molti punti in comune. Compreso il fatto di aver impoverito 130mila cittadini che dalla mattina alla sera si sono visti azzerare i loro bond non garantiti (quelli subordinati, per intenderci). Ma per comprendere la natura (e stabilire l’origine) dei guai di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e Carife bisogna partire da lontano. Procediamo con ordine. I problemi di Banca Etruria (l’unica quotata e commissariata l’11 febbraio 2015 da Bankitalia in seguito a due ispezioni da cui sono emerse gravi deficienze patrimoniali) iniziano nel 2011 quando si ritrova con pesanti crediti deteriorati. I vertici di allora prendono provvedimenti. Ma l’operazione di pulizia comincia quando ormai è troppo tardi. Solo i crediti deteriorati netti infatti passano da 1 miliardo del 2011 a 1,6 miliardi già nel 2013. Aumenta l’esposizione in titoli di Stato. Nonostante gli avvertimenti, la situazione peggiora. I costi fissi, che a metà del 2014 valevano il 90 per cento del reddito d’impresa, schizzano al 120 per cento. Lo status delle cose non cambia, si viaggia verso il dissesto. Commissariamento inevitabile. Il resto è cronaca delle ultime settimane. Copione simile, per certi versi, si riscontra nel caso di Banca Marche, il cui buco si è ingigantito fino ad accumulare 750 milioni di perdite. Sull’istituto pesano gli anni di gestione del direttore generale Massimo Bianconi e di un Cda che sembra non essersi accorto di nulla. Il 7 novembre 2013 emergono rilievi definiti «pesantissimi » dal verbale di ispezione dell’istituto di vigilanza di via Nazionale sulle responsabilità di gran parte dei membri del Cda e del management in carica nel 2011 e 2012 nella concessione di crediti a rischio e sul trattamento di fine rapporto milionario ottenuto da Bianconi al momento dell’uscita definitiva da un istituto di credito che ormai aveva l’acqua alla gola. Più o meno nello stesso periodo (2011), iniziano a venire a galla le difficoltà di Carife, quando la Procura di Milano invia gli avvisi di garanzia ai vertici di allora dell’istituto con l’accusa di aver finanziato alcuni imprenditori campani per due progetti edilizi mai realizzati nel capoluogo lombardo. A portare a un centimetro dal dissesto Carife (non certo un colosso) bastano quelle due operazioni immobiliari andate in fumo. A metà del 2013 gli ispettori di Bankitalia si presentano negli uffici della piccola Cassa di Ferrara e notificano il commissariamento ai vertici. Ma come dimostra l’intervento salvifico del governo, questi due anni sono trascorsi a vuoto. Infine, il caso CariChieti. Il provvedimento firmato dal governatore Ignazio Visco piomba in Abruzzo circa un anno fa. La Banca d’Italia accerta la presenza di sofferenze sui crediti per oltre 430 milioni di euro e perdite di bilancio previste per 300 milioni. Un passivo da capogiro e una situazione ormai fuori controllo sono dovuti a prestiti concessi a favore di una ristretta cerchia di personaggi del sistema imprenditoriale locale. Anche qui, tanto per cambiare, la gestione del credito era a dir poco allegra.
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