venerdì 8 maggio 2015
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Il ministero dell’Economia smentisce, ma il governo avrebbe saputo da tempo della tempesta in arrivo sulle pensioni. Da settimane e non da qualche giorno come sembrava fino ad ora. La pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale di ieri della sentenza della Corte costituzionale, infatti, ha reso di pubblico dominio il fatto che la decisione è stata assunta dai giudici costituzionali il 10 marzo scorso. Quasi due mesi prima del deposito del dispositivo in cancelleria avvenuto il 30 aprile, quando la notizia è stata poi diffusa anche ai mezzi d’informazione. Quello stesso 10 marzo, secondo quanto risulta ad Avvenire, la scelta della Consulta sarebbe stata comunicata al ministero dell’Economia, messo sull’avviso dei possibili contraccolpi sui conti pubblici, ipotizzati inizialmente in almeno 5 miliardi di euro. Il ministero dunque avrebbe saputo del possibile 'buco' che si sarebbe aperto nel bilancio pubblico. D’altro canto, una diversa fonte all’interno della Corte costituzionale sottolineava ieri che – al di là dei possibili rapporti personali – non sarebbe certo la prima volta che una decisione presa dai giudici costituzionali viene comunicata al governo prima del deposito del dispositivo e della sentenza. Anzi, si tratterebbe di una sorta di prassi quando la materia esaminata dai giudici costituzionali può avere effetti diretti, come in questo caso, sui conti pubblici. E infatti in passato più volte le decisioni della Corte sono state comunicate subito in via riservata all’esecutivo, quando la sentenza interveniva più o meno a ridosso di impegni istituzionali come le leggi Finanziarie o di Stabilità. Secondo le indiscrezioni da noi raccolte, dunque, il governo avrebbe saputo. Addirittura prima che, il 10 aprile, il Def fosse discusso e approvato in Consiglio dei ministri, poi inviato alla Commissione europea. Il governo avrebbe dunque scelto di non tenere conto, nella stesura del Documento di economia e finanza di eventuali maggiori uscite per dare corso alla sentenza sulla rivalutazione delle pensioni. Una decisione probabilmente dettata dall’esigenza di dare comunque corso all’impegno di produrre il documento alle istituzioni europee nei tempi previsti e all’impossibilità di calcolare nell’immediato le risorse necessarie a dare seguito alla sentenza, senza che la stessa fosse stata ancora redatta e dunque senza conoscerne i reali contorni, le possibili modalità di applicazione. Tuttavia, è difficile non ripercorrere oggi il film degli avvenimenti guardandolo sotto una diversa luce. Se infatti è vero che sarebbe stato difficile immaginare di cambiare il Def in corsa, sulla base delle prime informazioni ricevute dalla Consulta, è però altrettanto vero che ci si poteva attrezzare per mettere in conto una qualche copertura per (prevedibili) maggiori spese. In quell’occasione invece si era parlato di margini di maggiori disponibilità, come il 'tesoretto' da 1,6 miliardi, da poter utilizzare per misure di carattere sociale. Come abbiamo scritto, il ministero dell’Economia, da noi sollecitato ieri sera, ha smentito l’indiscrezione dichiarando che «al ministero la notizia dalla Corte costituzionale è arrivata solo il 30 aprile, quando è stata resa pubblica». Vorrebbe dire che non solo nessuno dei giudici costituzionali – alcuni dei quali con larga esperienza politica e di governo – si sarebbe premurato di avvertire l’esecutivo per quasi due mesi. Ma che la Consulta stessa non avrebbe ritenuto opportuno farlo, nonostante, come detto, comunicazioni simili siano state più volte fatte in passato. In via riservata, ovviamente.
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