mercoledì 8 luglio 2015
​Il costo sociale dell'incertezza. L'agenzia delle grandi imprese d'ingegneria: provvedimento inevitabile da quando i cantieri navali hanno chiuso i battenti.
Ad Atene tasche vuote, file infinite e bus gratis
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Stavros guarda le navi. E più che guardarle le immagina, come faceva Abdul Bashur, il 'sognatore di navi' di Alvaro Mutis. Stavros è disoccupato da tre mesi. Tre mesi soltanto, quasi un lusso nella Grecia del default eternamente annunciato, ma nel corso dell’ultimo fine settimana almeno altri quarantamila lavoratori sono stati licenziati o sospesi. «Un provvedimento inevitabile, da quando molti cantieri hanno chiuso i battenti provocando licenziamenti e sospensioni del personale perché non dispongono dei soldi per pagare i salari», ha spiegato il presidente della Sate Zaccaria Athoussakis, l’agenzia che rappresenta le medie e grandi imprese di ingegneria civile. «C’è la crisi anche per i lavoratori del mare – dice amaro Stavros – non lo sapeva? Molte navi partono semivuote per le isole, i turisti sono diminuiti, così finisce che quelli più anziani come me vengono lasciati a casa». Stavros ha cinquantadue anni, è scapolo e non fosse per i suoi due fratelli che lavorano in un’agenzia di viaggi farebbe molta fatica a tirare avanti. Così se ne sta sul molo di Agios Nikolaos a guardare le navi che partono. Da lontano s’intravede uno yacht che sta accostando. Lo sguardo di Stavros dice tutto, anche se lui per orgoglio tace. Strano Paese la Grecia. Trucca le carte, imbroglia, pietisce, poi ha soprassalti di dignità e di sventata guasconeria e inventa i suoi Tsipras e i suoi Varoufakis, sicché non si riesce a darle ragione e nemmeno a darle torto, perché quello greco al di là di tutto è un sensazionale rompicapo, come il crivello di Eratostene. Eppure all’origine del male, di quel fisco insensato e ingiusto ci sono in buona parte gli armatori. Una casta leggendaria, basti pensare ad Aristotile Onassis o a Stavros Niarchos e soprattutto una potenza economica straripante, quasi una nazione dentro la nazione, con le sue 3.900 navi e i suoi 250 mila addetti. «I russi ci hanno solo copiato – dice Stavros –: gli oligarchi qui ci sono sempre stati. Hanno squadre di calcio, televisioni, giornali. Comandano loro, altro che Tsipras...».  C’è purtroppo del vero in quello che dice l’affranto marinaio. Neppure il bellicoso Tsipras ha avuto modo di mettere il guinzaglio ai signori della flotta. Come ha rivelato qualche giorno fa il presidente della Commissione Europea Juncker, «ci sono volute due ore a me, politico democratico- cristiano, per convincere un comunista che bisogna far pagare le giuste tasse agli armatori». Ma gli armatori le giuste tasse non le pagano né intendono farlo. E dire che tra il 2013 e il 2014, mentre la Grecia affrontava l’anno più duro della sua storia recente, i profitti degli oligarchi sono cresciuti del 9% e così pure il tonnellaggio delle loro navi. Ma perché gli armatori greci non pagano le tasse? «Non le pagano – dice spazientito il vicecomandante della Capitaneria Dionysios Lambrakis – grazie a una legge costituzionale greca del 1967 che garantisce l’esenzione fiscale su tutti i profitti realizzati all’estero. Vuole anche i nomi? Angelicoussis, Prokopiou, Livanos Economou. E ovviamente Niarchos. Ma lo sa che sono anni che ripetiamo le stesse cose?». A varare la norma che rende gli armatori greci una casta intoccabile e indistruttibile sono stati colonnelli all’indomani del colpo di Stato del 1967. Una norma provvidenziale – l’articolo 89 della Costituzione – che funziona perfettamente anche oggi. Si calcola che nel decennio 20002010 gli armatori abbiano messo al sicuro all’estero almeno 140 miliardi di utili, qualcosa come il 45% del debito greco. E non una dracma, un dollaro o un euro di quegli utili è finito mai nelle casse dell’erario ellenico.  «Tsipras per la verità ci aveva provato – dice Akillis Tanzakis, proprietario di un’agenzia di viaggi –, voleva creare un’imposta patrimoniale dedicata agli armatori, ma loro hanno risposto che in quel caso si sarebbero trasferiti altrove e sarebbero stati dolori per i 250mila lavoratori. Tsipras ha abbozzato. Così abbiamo un Paese che va in default, taglia le pensioni, licenzia e sfronda gli stipendi mentre i ricchi non pagano un euro di tasse...». Ma il giovane premier è solo l’ultimo dei leader ad aver fatto buon viso di fronte agli armatori. Prima di lui il clan Papandreou, quello di Karamanlis e di Mitsotakis non hanno mosso un dito contro la lobby dei grandi oligarchi, dai quali hanno ovviamente ricevuto appoggio mediatico, consenso e – immaginiamo – succosi finanziamenti elettorali. Da qualche tempo però i sogni degli oligarchi non paiono essere dorati come un tempo. «Più che Tsipras temono i creditori internazionali – dice Tanzakis – e allora, guarda caso, stanno scrutando il mare. E sa cosa vedono all’orizzonte? Vedono Cipro, che li accoglierebbe a braccia aperte. Come ammette senza remore Thomas Kazakos, direttore generale della Cyprus Shipping Chamber. «È normale che alcuni armatori stiano valutando di avere una seconda base a Cipro, anche perché, al di là dei legami nazionali, sociali e religiosi, da anni c’è un consolidato rapporto in campo marittimo». Previdenti, gli oligarchi avevano già messo al sicuro una bella fetta della loro flotta: due quinti delle navi che battono bandiera cipriota sono di loro proprietà. Il resto è quasi tutto di armatori europei. Previdenti anche loro.
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