
L'intervento di una pattuglia dei carabinieri a Frascati, subito dopo l'aggressione - Ansa
Metti al mondo un figlio, lo coccoli, lo ami; lo guardi, te ne innamori, ti chiedi come hai fatto a vivere negli anni che non c’era. La tua vita, quella della tua signora, della tua famiglia girano attorno a questo miracolo venuto dal niente. Per lui saresti disposto a scalare una montagna, in inverno, a piedi scalzi. Anche il più pesante dei sacrifici ti costa poco se solo può apportargli gioia. Cresce, sta diventando uomo. Quando esce, soprattutto di sera, tremi, ma non glielo dici, per non essergli di intralcio, per rispettare la sua libertà. Incredibile, non sono passati che pochi decenni da quando con tuo padre ti comportavi proprio come fa lui con te. L’ultima generazione è sempre la più moderna, la più capricciosa, quella che si sente incompresa, che pretende i propri diritti, i propri spazi, che non accetta facilmente consigli. I genitori, sovente, soffrono, ma tacciono. Le notti, quando è fuori, sono lunghissime, il sonno non arriva, ti rigiri nel letto, accendi la luce, riprendi il libro sul comodino, sei tentato di fargli una telefonata, di mandargli un messaggino solo per chiedergli: «Tutto bene?» Non lo fai, lo sai, a lui non fa piacere; ti ha detto mille volte di stare sereno, che non hai motivi di preoccuparti, che lui e i suoi amici sono prudenti, che il luogo che frequenta è tra i più sicuri. Diamine, Frascati non è proprio quello che si dice un quartiere a rischio. Tu, però, continui a fissare il soffitto, preghi che non gli accada niente di brutto, hai il terrore che il telefonino s’illumini. Mi sorprendo tutte le volte che sento discutere di amore come di qualcosa che riguarda solo i sentimenti e le emozioni, sono certo che ogni amore vero è sempre un amore crocifisso. Ed ecco che accade. Davvero il telefonino nel cuore della notte squilla, ma la voce che ti parla non è la sua. Capisci, il tuo cuore galoppa all’impazzata. Accanto a te, la tua signora, muta, pallida, tenta di capire. È successo quello che da sempre temevate. Chi ha il dono di credere che c’è un Padre che lo ascolta, prega; ma anche chi pensa che il cielo è vuoto, si aggrappa a qualcuno di cui non conosce il nome. Non può essere, non è possibile, ci deve essere un equivoco. Vi preparate a uscire, a correre in ospedale, nella fretta inciampi, ti fai male; vai verso l’auto ma ti accorgi di avere dimenticato le chiavi. Torni indietro, fai i gradini a due a due. Tuo figlio è stato accoltellato. E perché? E da chi? Chi è questo fuorilegge infame che ha avuto il coraggio di scagliarsi contro un sedicenne? La verità ti schiaccia, il reo è un ragazzino di 15 anni appena. Un quasi bambino, quindi. Lo ha fatto per un motivo banalissimo, un piccolo debito che tuo figlio non ha potuto o voluto saldare; ne è scaturita una lite, può accadere una lite tra ragazzi, magari ci scappa una parolaccia, che so, uno spintone. Invece, no. Una lama affilata gli ha trafitto il costato. Ma perché tanta bieca violenza? Perché questo sbarbatello è passato dalle parole al coltello? Perché è uscito di casa con quel cosaccio in tasca? I genitori della vittima sono costernati; allo stesso modo lo sono i genitori del piccolo oppressore e noi. Si brancola nel buio. Nessuno ha da dare una risposta soddisfacente. Si soffre. Nelle prossime ore, come sempre, scenderanno in campo professionisti della mente e del cuore; studiosi dell’età evolutiva e di quella adulta. Qualcuno chiederà allo Stato pene più severe, qualcun altro lo contrasterà. Una cosa è certa, dobbiamo ammettere che, pur vivendo sotto lo stesso tetto, stiamo rischiando di sfiorarli appena questi benedetti figlioli, senza riuscire a penetrarne l’animo. Anche la dolorosa storia del caro Andrea Prospero, lo studente che si è suicidato a Perugia, aiutato, consigliato, invogliato, in chat da un “amico” sconosciuto, cinico e cattivo oltre ogni immaginazione, ci impone una riflessione. Non possiamo continuare a scaricare le colpe solo sulla famiglia, solo sulla scuola, solo sulla chiesa, solo sulla politica. È giunto il momento di prendere il coraggio a due mani, armarci di santa umiltà, chiamare a raccolta l’intera società, almeno quella che ancora conserva la pietà e la speranza, e tentare di intraprendere con i nostri ragazzi, guardandoli negli occhi, un dialogo onesto e sincero. A condizione, però, di essere, nei loro confronti, seri, credibili, maturi, uomini: nessuno, infatti, può pretendere di dare quello che non ha. Rimbocchiamoci le maniche, ognuno faccia la sua parte, continuare a indignarsi solamente lascia il tempo che trova.