giovedì 21 febbraio 2019
Il regista Davide Livermore ha raccolto l’invito dei coristi del Teatro Regio «per ricordare tanti nostri fratelli che sono nati da altre parti del mondo e hanno trovato la morte nel nostro mare»
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«La loro morte è la nostra morte». Una morte fisica – quella di chi non sopravvive alla traversata del Mediterraneo perché le carrette del mare colano a picco – si fa morte civile, morte di una società ormai anestetizzata dal dolore, indifferente alla conta delle vittime, sorda al richiamo della coscienza, anche perché frastornata e confusa da certa politica che fa di respingimenti e porti chiusi un punto di forza del governare.

Lunedì nel Duomo di Torino risuonerà il Requiem in re minore di Gabriel Fauré «per fare memoria di tanti nostri fratelli che sono nati da altre parti del mondo e che hanno trovato la morte nel nostro mare fuggendo da guerra e miseria» racconta Davide Livermore che ha raccolto l’invito di un gruppo di coristi del Teatro Regio «per dire una parola, da artisti, su una delle tragedie più lancinanti e terribili di questo periodo storico».

Musica sacra per le vittime dell’immigrazione. Il Requiem scritto nel 1888 dal compositore francese mettendo nelle note un sentimento di abbandono: niente squarci laceranti nella musica, niente Dies Irae, piuttosto un ripiegamento che porta la preghiera in una dimensione tutta interiore. Note che risuoneranno nella cattedrale di San Giovanni Battista – messa a disposizione dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, coinvolto nel progetto insieme alla pastorale dei migranti diocesana – proprio accanto alla Sindone, accanto all’icona del volto sofferente dell’uomo della croce. Ci piacerebbe essere in grado di dare pace a quelle anime, ma soprattutto aiutare noi stessi a ricordare non solo che uno vale uno, ma che uno vale tutti, che noi siamo quei morti», riflette Livermore, tra i registi di lirica oggi più richiesti: ha aperto la stagione del Teatro alla Scala lo scorso 7 dicembre con Attila di Giuseppe Verdi e non è escluso che sarà lui a firmare la Tosca di Giacomo Puccini che inaugurerà il prossimo cartellone scaligero.

Ma dal 2002 anche anima del cineteatro Baretti di Torino, «uno spazio che fa militanza culturale attiva attraverso il teatro e la musica, sempre in primissima linea sul fronte sociale. Penso che la chiamata dei coristi del Regio sia arrivata anche per ciò che facciamo al Baretti. Siamo nati in un territorio difficile, multietnico che anche grazie al nostro impegno culturale ha visto migliorare la qualità di vita del quartiere di San Salvario. Uno spazio piccolo. Ma quando c’è una grande idea e una grande sincerità di cuore si riesce sempre a smuove le persone».

Ecco la forza del Requiem per i morti nel Mediterraneo. All’appello degli artisti del Regio hanno riposto (si esibiranno gratuitamente e saranno a Torino a loro spese) una settantina di colleghi dei cori del Teatro alla Scala e della Fenice di Venezia, dell’Opera di Roma e del Maggio musicale fiorentino, del Comunale di Bologna e del Lirico di Cagliari, dell’Arena di Verona e dell’Accademia di Santa Cecilia. E poi le voci di Roberto De Candia e Valentina Escobar, il pianista Carlo Caputo, il quintetto d’archi dell’orchestra Europa galante. Tutti diretti da Fabio Biondi.

«Siamo artisti e la musica è ciò che sappiamo fare. Non possiamo fare politica, possiamo, però, dedicare la nostra arte alla sensibilizzazione delle anime, a creare un senso di comunità. Proponendo un Requiem per i morti nel mediterraneo andiamo agli albori del canto, perché, raccontano gli antropologi, la prima volta che un essere umano ha cantato è stato per aiutare un’anima a passare dal regno dei vivi al regno dei morti, ad andare nella luce – spiega Livermore, che ha scelto alcuni testi – che abbracciano diverse culture letterarie, etnie, religioni, filosofie»: le parole di Virgilio e Bruce Chatwin, di Erri de Luca e Bob Dylan, della somala Igiaba Scego e dell’eritreo Tesfalidet Tesform faranno da prologo alla musica di Fauré. «La musica è un patrimonio per il quale l’Italia è riconosciuta in tutto il mondo. Il melodramma in particolare fa parte del nostro Dna, ci identifica come popolo, ci fa sentire uniti. Anche per questo la musica può essere qualcosa che cura le ferite, che attenua il veleno di chi vuole divisioni e muri».

Un progetto al quale ha collaborato Walter Vergnano, sino alla scorsa primavera sovrintendete del Teatro Regio di Torino. Coinvolti la Cgil del capoluogo piemontese e il comitato nazionale fondazioni lirico-sinfoniche. Insieme, naturalmente, all’arcidiocesi. «Oggi la Chiesa è l’ultimo baluardo di speranza, un avamposto di resistenza umana – dice Livermore –. Da vent’anni sono buddhista, ma da ragazzo ho fatto alcuni mesi di seminario e durante gli anni dell’adolescenza ero impegnato nella parrocchia Gesù Buon Pastore. Gli anni Settanta, quando l’allora arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino, apriva ai preti operai, quando si faceva volontariato non perché era di moda, ma perché era giusto: ogni mattina mi svegliavo all’alba e prima di andare a scuola distribuivo il cibo in San Vincenzo ai senzatetto della stazione. Ci veniva naturale perché la società di allora, cattolica e laica, ci educava a questa sensibilità».

Un impegno che anche gli artisti, oggi più che mai, si devono assumere. «La musica e il canto sono ciò che uno che nella vita fa arte può mettere a disposizione degli altri perché la società possa fare la propria rivoluzione umana. Il Requiem che eseguiremo in Duomo va in questa direzione: il tentativo di creare un senso di comunità, di sentirci insieme per una volta, di fare, di partecipare perché ciò che sta accadendo ci dice che è ancora attualissimo quello che cantava Giorgio Gaber, libertà è partecipazione – dice Livermore, per il quale – la musica è sempre militanza culturale».

Agenda piena quella dell’artista torinese, classe 1966, un diploma in conservatorio, una carriera come tenore prima di debuttare, nel 1998, come regista: lo attendono una Lakmé di Leo Delibes a marzo in Oman, un’Anna Bolena di Donizetti a luglio a Sidney e la ripresa del Demetrio e Polibio ad agosto al Rossini Opera Festival di Pesaro. «Ma l’esperienza del Baretti mi riporta sempre al senso di fare questo mestiere: è un monito che ho davanti sia che lavori in periferia a Torino o sul palco della Scala. Tutto può essere ego, anche lavorare alle poste. Tutto può essere fuorviante. E se è vero che in tutto possiamo cercare la felicità nostra e degli altri, il senso di profonda compassione verso l’essere umano è anche vero che basta poco per essere aridi, riducendo il mondo a puro intrattenimento: l’arte, la musica che tocca lo spirito, ci mette al riparo da questo rischio».

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