giovedì 16 febbraio 2017
Presentato “I am not your negro”, in gara per l’Oscar come miglior documentario sullo scrittore e attivista afroamericano James Baldwin, la cui voce appare oggi drammaticamente profetica
Una scena di “I’m not your negro” di Raoul Peck.

Una scena di “I’m not your negro” di Raoul Peck.

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Che gli imminenti premi Oscar siano destinati a celebrare la lotta per i diritti degli afroamericani lo dimostra il fatto che un buon numero di film candidati affronta proprio questo tema ancora “caldo”, che peraltro giunge al momento giusto per lanciare un chiaro messaggio all’amministrazione Trump. Ben tre documentari in corsa per la statuetta parlano di razzismo e discriminazione, e uno di questi, I am not your negro del regista haitiano Raoul Peck (tra i più titolati a contendere la statuetta a Fuocoammare), è stato presentato ieri al Festival di Berlino nella sezione Panorama e sarà nelle nostre sale il prossimo 22 marzo. A partire dal testo incompiuto Remember this house di James Baldwin, il film racconta la storia, la vita e le lotte dello scrittore e intellettuale nero, morto nel 1987, negli anni successivi all’assassinio di tre leader per i diritti civili: Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King. Peck, autore anche di un documentario su Patrice Lumumba, leader anticolonialista congolese e del film, non entusiasmante a dire la verità, The young Karl Marx, anche questo presentato nei giorni scorsi al Festival di Berlino, esplora l’evoluzione delle lotte razziali negli Stati Uniti, dal Civil Rights Movement fino alle recenti proteste di #BlackLivesMatter, affidando le parole del libro di Baldwin alla voce narrante di Samuel L. Jackson.

A fare da collante però è lo stesso scrittore, attraverso i video e le immagini che lo ritraggono, gli incendiari discorsi pubblici con i quali analizza con stupefacente lucidità la questione razziale in America. Ci sono poi le sue lettere inedite, gli appunti di Remember This House, e altri saggi (soprattutto The devil finds work), mentre il ricco e caleidoscopico materiale di repertorio comprende non solo i documenti che testimoniano le violenze e i soprusi subiti dagli afroamericani, ma anche frammenti di grandi classici cinematografici (come Indovina chi viene a cena?, La calda notte dell’ispettore Tibbs, Lo specchio della vita, La parete di fango) e celebri tv show, notiziari e dibattiti attraverso i quali si cercava di fare il punto sulla tormentata questione dell’identità americana. È davvero impressionante la lungimiranza della visione politica e sociale di Baldwin, soprattutto alla luce della presidenza Obama e della recrudescenza del nazionalismo wasp degli ultimi anni. Lo scrittore riflette infatti non solo sulle menzogne di Hollywood, che con il suo cinema ha notevolmente contribuito a costruire il mito dell’innocenza dell’americano bianco, ma anche su quelle di un intero paese disposto a inventare una guerra tra razze che non ha alcuna ragione di esistere e che ha legittimato la supremazia bianca sull’umanità nera. In questa sorta di collaborazione postuma tra Peck e Baldwin, poeta dell’ingiustizia e della disumanità, in un lavoro che rappresenta l’ideale proseguimento del libro incompleto, il regista dimostra quanto profetiche siano state le sue parole, e quanto oggi siano più che mai necessarie.

«Quello che diceva Baldwin – dichiara il regista – ci coglie ancora oggi impreparati. Le sue brillanti e taglienti critiche sociali non escludevano mai un profondo senso di umanità, speranza e dignità. Ha dimostrato una straordinaria capacità di comprensione della politica e della storia, ma soprattutto della condizione umana. Le sue parole pesano come pietre e i suoi pensieri sono di grande impatto oggi così come la prima volta che sono stati espressi. Le sue analisi, i suoi giudizi, i suoi verdetti rischiano di avere ripercussioni ancora maggiori ai nostri giorni perché la spirale di violenza condannata da Baldwin continua, manipolata e distorta dai media, dalla televisione, da Hollywood e dalla rabbia dei partiti politici. La sua voce non è mai stata così necessaria, potente, radicale e visionaria». Documentando le vite di Evers, King e Malcom X, così diversi tra loro, il regista punta l’obiettivo sul cosiddetto «problema nero in America», ma anche sull’America di oggi, dove l’euforia per l’elezione di Obama non è riuscita a curare le ferite di una nazione costruita con il sangue dei neri e invita a considerare la Storia da altre prospettive, libere da menzogne e pregiudizi, errori di interpretazione, demistificazioni, paternalismi e cliché, per scoprire verità nascoste o cancellate. E se avrà ragione il “New York Times”, che ha definito I am not your negro un film capace di cambiare il modo di pensare delle persone su questo tema, il documentario potrebbe diventare solo l’inizio .di un nuovo e più giusto confronto.

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