venerdì 1 luglio 2011
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Sono svariate centinaia di migliaia, anche se una quantificazione formale non è possibile essendo i numeri fluttuanti, in bilico sull’orlo di una appartenenza a volte difficile da esprimere e far riconoscere. Sono stanziati in 35 province di 14 regioni, il che significa che oltre mezza Italia è interessata ad una presenza frutto di una stratificazione secolare che nessuno mette in discussione soprattutto dopo che la legge 482 del 1999, in recepimento dell’articolo 6 della Costituzione, tutela la loro lingua e la loro cultura. Sono italiani come tutti gli altri ma appartengono alle minoranze linguistiche cosiddette storiche, uomini e donne che vantano come lingua madre l’albanese, il catalano, il tedesco nelle sue varianti, il greco, lo sloveno, il croato, il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano, il sardo. A volte le parlate si incastrano l’una dentro l’altra, lo sloveno con il friulano, o il catalano di Alghero con il sardo, o la lingua Walser (germanica) che a Gressoney si è ritagliata una enclave nella koiné franco-provenzale valdostana.Nulla come la presenza delle minoranze linguistiche dà la misura della complessità del Paese, della molteplicità delle culture che lo animano, della ricchezza che deriva dall?essere tanti e diversi ma animati dalla volontà di riconoscersi in quell’unicum che si chiama Italia.Domani a Ceresole Reale, a cura dell’Amministrazione provinciale di Torino, si celebra la Giornata nazionale delle minoranze, presenti tra gli altri il linguista Sergio Salvi e il regista Mario Martone, autore di «Noi credevamo», il film in più dialetti e lingue che ripercorre alcune delle tappe dell’unificazione nazionale. L’incontro di Ceresole si colloca tra le manifestazioni per i 150 anni dell’Unità, e come sottolinea il filosofo Ugo Perone non è irrilevante ricordare come l’Unità «sia stata fatta anche dai parlanti lingue diverse dall’italiano, che si riconoscevano nella speranza di uno Stato nazionale. Si pensi solo a Garibaldi che parlava occitano, o a Cavour che notoriamente parlava molto meglio il francese». Perone, nella sua veste di assessore alla Cultura della Provincia di Torino, puntualizza come sia la pluralità, e non l’uniformità, a porsi come la condizione che permette di realizzare l’Unità.Nei confronti delle minoranze l’Italia unificata ha assunto spesso un volto arcigno e arrogante, un’attitudine sconfinata perfino nella brutalità. Si pensi all’italianizzazione forzata dei toponimi sud-tirolesi dopo l’annessione dell’Alto Adige. Neppure un Paese fortemente nazionalista come la Francia ha mai pensato di francesizzare i nomi alsaziani. Si pensi a quando durante la Grande Guerra i Cimbri dell’Altopiano di Asiago, ritenuti inaffidabili e spie potenziali in forza del loro idioma di origine tedesca, vennero deportati. O a come il fascismo «tagliò» letteralmente le lingue locali come lo sloveno o il croato in Istria.C’è voluta la Costituzione repubblicana per rendere giustizia alle lingue tagliate, almeno sul piano del riconoscimento formale. Ma c’è voluta una legge varata solo 12 anni fa per garantire una tutela effettiva agli idiomi prima sbrigativamente classificati come dialetti o giù di lì, come lo stesso friulano, in cui pure si riconosce una regione intera. Per non dire del sardo, «sa limba», ritenuto non meritevole di acquisire dignità di lingua perché articolato in troppe varianti. Come se l’italiano che si parla a Bergamo fosse identico a quello di Campobasso o di Trapani.In realtà le lingue presenti sul territorio nazionale sono il manuale di storia che ci consente di ripercorrere le vicende che hanno segnato la vita delle nostre comunità nei secoli passati. Ci ricordano che Pinerolo è stata francese, che i Walser del Vallese ad un certo punto hanno superato i gioghi del Monte Rosa per ritagliarsi a Sud uno spazio vitale, che sotto l’incalzare dei Turchi intere popolazioni albanesi hanno varcato l’Adriatico per installarsi in Abruzzo o in Calabria. E che un giorno un imperatore, Carlo V, non avendo soldi per compensare la gente di Alghero dei servigi ricevuti, si sdebitò con poco. «Todos caballeros», disse. Cavalieri che ancora parlano come a Barcellona.Le lingue tagliate, le lingue che qualcuno voleva uccidere, ora si imparano a scuola. Nulla da eccepire, anzi. Ma sopravviveranno come espressione di identità e di cultura non perché una legge le difende e nemmeno perché le aiuta una stagione politica segnata da una forte propensione al localismo. Una lingua non muore se la parlano ancora almeno due persone, e in Inghilterra capirono che l’antico l’idioma di Cornovaglia era irrimediabilmente condannato quando a praticarlo rimase appena una vecchietta. Le lingue marginali, o periferiche, o comunque minoritarie si salveranno solo se il loro ambito di coltivazione continuerà ad essere, come era un tempo, la famiglia. Sempre che il televisionese proposto con petulante insistenza dal piccolo schermo non riesca là dove certe politiche dissennate e mortificanti del passato hanno fallito.
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