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Il parroco di Caivano, don Maurizio Patriciello, davanti a una discarica di rifiuti bruciati per la strada, qualche anno fa - Pagnano
Il mio primo, commosso, pensiero va a voi, bambini, che senza averne colpa, avete dovuto pagare un prezzo altissimo all’ingordigia e alla prepotenza di tanta gente affamata di denaro e di potere; a voi, giovanissimi genitori costretti a dire addio troppo presto alle vostre famiglie. Quante lacrime, quanta rabbia, quanta sofferenza, quante speranze, quanti funerali. E anche a voi, carissimi, indispensabili, amici volontari. Con voi abbiamo fotografato e filmato migliaia di roghi di fumi neri e di cumuli di immondizie di ogni tipo. Con voi siamo scesi in piazza per richiamare l’attenzione dei potenti sulla nostra terra avvelenata. Siamo stati, in questi anni, umiliati e bistrattati; calunniati e derisi. Grazie per non aver mai ceduto. Grazie per aver mantenuto viva la speranza anche quando era impensabile continuare a insistere.
Tra i colpevoli dello scempio ambientale in Terra dei fuochi, i peggiori sono stati i negazionisti. Coloro, cioè, che, pur conoscendo la verità, per un motivo e per un altro, dalle pagine di certi giornali, o ai tavoli dei convegni avevano il compito di ridicolizzare, ridimensionare il dramma o, addirittura, negarne l’evidenza. Ne trovammo dappertutto, tra gli agronomi e i politici, i medici e gli industriali, i camorristi e la gente comune. Andammo avanti, imperterriti. Non ci lasciammo intimidire da niente e da nessuno. Certo, abbiamo corso tanti rischi. Quando non potevano fermarci con l’ironia e le calunnie, tentarono di farlo con la forza dell’intimidazione. Ci aiutammo, ci sostenemmo, diventammo sentinelle attente gli uni degli altri. Il tempo scorreva lento, lentissimo. Lo scoraggiamento, a tempi alterni, si faceva sentire. Imparammo a fuggire dai pessimisti come dalla peste. Da quelli che a ogni manifestazione ci ricordavano che era tutto inutile, che niente mai sarebbe cambiato, che era meglio andare al mare piuttosto che respirare i fumi velenosi nelle campagne.
Non era possibile. Il lusso di tirare i remi in barca non potevamo permettercelo. Avevamo promesso ai piccoli ricoverati e ai loro genitori di non abbandonarli, occorreva mantenere la parola data. Se facile e immediato è stato distruggere ben altra cosa è la fatica della riparazione. Occorreva l’aiuto di tutti. La Chiesa campana, con il cardinale Crescenzio Sepe, si fece avanti; il mio vescovo, Angelo Spinillo, fu il primo firmatario di una petizione al Parlamento europeo. Si pregava e si protestava, si scriveva e si indagava, si dialogava e si proponevano rimedi. I giornalisti e i direttori di Avvenire sono stati meravigliosi. Occorreva portare il dramma di tre milioni di persone nelle opportune sedi. Non era facile. Ci riuscimmo.
Qualcosa iniziò a muoversi. Nel 2015, l’Italia si dotò finalmente di una legge sui reati ambientali. Sempre nel 2015 papa Francesco emanò l’ enciclica Laudato Sii. Nel 2021, per la prima volta, l’Istituto Superiore di Sanità ammise che nella terra dei fuochi ci si ammalava e si moriva di cancro più che altrove anche per l’inquinamento ambientale. Ieri, giovedì 30 gennaio 2025, arriva la grande notizia. La Corte europea dei diritti dell’uomo, cui ci eravamo rivolti, ha stabilito che «le autorità italiane mettono a rischio la vita degli abitanti della terra dei fuochi, l’area campana coinvolta nei decenni scorsi nell’interramento dei rifiuti tossici». Gioia e amarezza. Avevamo ragione, che triste soddisfazione. Il telefono inizia a squillare. Ammalati, amici, giornalisti, medici, volontari, politici. Tra i messaggi che mi fanno capire che il vento sta cambiando, trovo quelli del prefetto di Napoli, Michele di Bari e dei ministri Piantedosi e Nordio.
La sentenza della Corte europea dei diritti umani è uno spartiacque. Da oggi niente più sarà come prima. Da oggi si parlerà di un prima e di un dopo. Ricordo il giorno in cui i nostri bravi medici per l’ambiente, esasperati per la lentezza con cui venivano accolte le loro denunce e i loro consigli, misero a disposizione delle autorità competenti, a costo zero, i dati in loro possesso dei pazienti affetti da patologie oncologiche per arrivare ad avere un quadro chiaro di quello che stava avvenendo. Furono non solo ignorati ma vilipesi. Mi addolora non poco il pensiero che l’Italia - che amo e tento di servire - ci abbia trascurato al punto da essere ripresa dalla Corte europea. Mi assumo anch’io la responsabilità del male fatto alla nostra terra alla nostra gente. Forse avrei potuto fare di più e meglio. Non è il momento, però, questo, di essere stupidamente orgogliosi o di parte, né di giocare a fare lo scaricabarile, ma di abbassare, con umiltà, la testa e chiedere perdono. A coloro che adagiammo nelle bare e a chi, in questo momento, sta lottando in un reparto di oncologia. Al nostro popolo e a quelli che verranno dopo. E promettere, davanti a Dio e agli uomini: «Mai più! Non succederà mai più».