venerdì 12 marzo 2010
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Vinta con l’alta affluenza alle urne la partita della partecipazione e della legittimazione popolare, in Iraq va ora vinta la partita della governabilità. Un obiettivo forse ancora meno agevole dei primi, ma che può trarre forza proprio dalla voglia di stabilità e di rifiuto della violenza dimostrato dai tanti elettori recatisi alle urne nonostante le minacce terroristiche. I primi dati, provvisori e ancora largamente incompleti, sembrano confermare la forza dell’alleanza del primo ministro al-Maliki, che si pone quale primo partito in alcune province sciite meridionali, come del resto previsto dai sondaggi. Anche in Iraq, similmente a molte parti del Medio Oriente, la gestione del potere attira voti e produce consenso. Interessante che lo abbia fatto anche a Najaf, la città santa scita del Paese, dove maggiore è il ruolo delle grandi scuole religiose e della fondazioni legate ai grandi ayatollah: la sua affermazione su quanto rimane dell’Alleanza dei partiti sciiti più religiosi sembra confermare il declino dei più settari e dogmatici, a favore di una coalizione – come quella di al-Maliki – che è riuscita a inglobare esponenti di comunità diverse, così come candidati indipendenti fautori di un’agenda politica più laica. Affermazione quasi speculare sembra aver ottenuto nelle province sunnite l’ex premier Iyad Allawi, a capo di una lista nazionalista, che era già stata penalizzata durante la campagna elettorale, con diversi suoi candidati esclusi dalla competizione. È forse il segnale che gli iracheni, dopo anni di settarismo e identificazione con la propria comunità ristretta, vogliono tornare a confrontarsi sulle politiche sociali ed economiche, sull’idea di Stato, giudicando i propri politici sulla base delle loro azioni piuttosto che sulla loro appartenenza. Se così fosse, sarebbe un segnale di crescita e di stabilizzazione dopo i crudeli anni del dopoguerra. Certo, non mancano gli ostacoli e i segnali contrari. Lo stesso Allawi ha denunciato con veemenza l’alterazione e la manomissione dei risultati elettorali. Un’accusa che rischia di ripetere le tensioni già verificatesi in occasione dei voti afghano e iraniano della scorsa estate, e di delegittimare l’esito delle urne, favorendo chi ancora si oppone alla fragile nuova democrazia irachena. Problema ancora maggiore è la necessità di formare un governo di coalizione, visto il sistema puramente proporzionale. Ed è qui che si testerà la maturità della classe politica nazionale.Al premier al-Maliki non dispiacerebbe ricostituire l’ampio fronte fra curdi e sciiti che ha sostenuto il suo governo in questi anni: una sostanziale continuità che accrescerebbe ulteriormente il suo ruolo, alla luce anche del rafforzamento elettorale. Si è anche parlato di un esecutivo di unità nazionale, che dovrebbe imbarcare tutte le principali liste. Ma il rischio è che, per ridurre la contrapposizione maggioranza/opposizione, si crei un governo elefantiaco, paralizzato dalle divergenze interne.Infine, lo scenario forse più improbabile e inquietante, con un accordo fra gruppi molto distanti fra loro, quali l’alleanza sciita, quella curda e il movimento nazionalista di Allawi, uniti dal veto a Maliki quale primo ministro. La Costituzione assegna infatti il compito di formare il governo al leader del partito più votato, che ha tuttavia solo un mese di tempo. Per bloccarne l’ascesa politica, c’è chi pensa a uno stallo delle trattative, che obbligherebbe il presidente della Repubblica a indicare un altro candidato premier. Si aprirebbe in questo caso una fase di pericolosa e prolungata instabilità, che l’Iraq non si può permettere.In questo quadro, la nota negativa della bassa partecipazione dei cristiani al voto: in troppi costretti alla fuga fuori dai confini, o in precari rifugi lontani dalle loro residenze, per poter votare. Una macchia nel processo elettorale che il nuovo governo, quale esso sia, è chiamato a cancellare.
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