mercoledì 17 dicembre 2008
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Non avremmo mai creduto che un giorno sarebbe stato opportuno e necessario ribadire a sanitari e cittadini che negli ospedali italiani pubblici e privati nessuno - e tantomeno un paziente in stato vegetativo persistente - può essere fatto morire di fame e di sete. Non l'avremmo mai creduto, così come non avremmo mai creduto che questo richiamo impegnativo e solenne ai doveri derivanti dalla legge nazionale e dalle convenzioni internazionali - ma, prima ancora, da un innato e umanissimo sentimento morale - sarebbe stato percepito addirittura come un atto di coraggio. Coraggio civile, coraggio intellettuale e coraggio politico. Ne vogliamo dare riconoscimento al ministro della Salute, Maurizio Sacconi, che ha emanato un rigoroso e importantissimo "atto di indirizzo" e a coloro che condividono con lui le responsabilità di quel dicastero. Perché persino nella nostra Italia - tra campagne dei propagandisti della «dolce morte», elucubrazioni fuorvianti, casi emozionanti a cominciare da quello di Eluana Englaro e sentenze a corrente alternata di giudici impancatisi a costruttori di legge - è diventato difficile e "rischioso" affermare l'ovvio e insopprimibile diritto di un disabile gravissimo a essere alimentato e idratato. Le cose davvero importanti, tuttavia, non accadono mai per caso. E la giornata di ieri ce lo ha confermato ancora una volta. Nel giro di poche ore, con potente e "scandalosa" contemporaneità, sono infatti maturati due cruciali eventi di segno opposto. Alla luce del sole, in piena ufficialità, l'intervento chiarificatore attuato dal ministro della Salute. Dietro le quinte, e fin dentro la notte appena trascorsa, un'iniziativa - la citazione è letterale, e mortalmente da brividi - tesa a «dare esecuzione a Udine alla sentenza della Cassazione su Eluana Englaro». Da una parte la riaffermazione per tutte le strutture inserite nel Servizio sanitario nazionale di un dovere-cardine di basilare assistenza inopinatamente incrinato da alcune pronunce giudiziarie, dall'altra il tentativo di avviare - al culmine della battaglia condotta, per questo, dall'uomo che le è padre - la cancellazione per sete e per fame di una donna "diversamente viva". Non sta a noi guardare nel profondo del cuore e delle intenzioni di Beppino Englaro, non ci siamo mai azzardati a farlo e non ci azzardiamo neanche in questo momento comunque decisivo. Sta a noi, però, guardare ai fatti. E i fatti sono che si tenta di strappare la figlia di Beppino alle suore che da quasi quindici anni l'assistono con amore. I fatti parlano con grande eloquenza e scandiscono - quasi gridano - anche il non-detto della vicenda costruita intorno alla persona di Eluana, soprattutto, in quest'ultimo, concitato e drammatico tentativo di precipitarla a conclusione nel tempo di Natale. C'è un schema macabro che viene deliberatamente ripetuto, che si ripropone secondo una gelida e inesorabile regìa e che porta la firma inequivocabile dello stile radicale. Di coloro che predicano il "non toccate Caino", ma quando lo decidono possono anche braccare Abele. È lo schema dell'invasione tragica dei giorni della festa cristiana e della serenità cercata e augurata da tutti - credenti e non credenti - con un caso estremo di sofferenza (non importa se presunta, vera o provocata) per far esplodere, con la forza del contrasto, il messaggio secondo cui a Natale la notizia liberatrice non è la «vita che ci è data» ma la «morte che ci si dà». Stavolta doveva toccare a Eluana. Stavolta doveva essere sacrificata lei, donna che certo vive e certo respira e forse prova elementari sensazioni e forse - forse - ancora sogna. Nonostante le letali certezze di alcuni, ne sappiamo poco. Come sappiamo poco e nulla di lei, persona che la gente "vede" solo attraverso le rare immagini ufficiali che pubblichiamo sui giornali: vecchie foto per sempre giovani, come di una già morta. Eluana, però, non è morta, vogliono farla morire. Inghiottita, a Natale, da un gorgo amaro. Ma in questo nostro Paese - malgrado tutto - c'è ancora una legge e ci sono doveri non aggirabili da chi, negli ospedali, è a servizio dei malati. Un ministro della Repubblica, ieri, lo ha ricordato a tutti.
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