giovedì 3 novembre 2011
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​Sembra che dei ricercatori francesi siano riusciti a ottenere, da cellule di novantenni e centenari, cellule staminali «indistinguibili» da quelle embrionali. In sostanza, si sarebbe dimostrata la possibilità di invertire il processo di invecchiamento: da cellule vecchie si potrebbero ottenere cellule bambine, anche da persone ormai molto anziane. Naturalmente ci vorranno anni e anni perché questa tecnica sia, forse, applicata alla cura dell’uomo. Però gli autori dello studio non nascondono la speranza di poter arrestare un giorno i processi degenerativi della vecchiaia – Alzheimer, demenze, cardiopatie – in pazienti assai avanti con l’età.Di primo acchito, mentre la ascolti da un telegiornale, ti sembra solo una bellissima notizia. Sarebbe starordinario arrestare la demenza che a ottant’anni magari annebbia e scioglie la memoria, e sembra dissolvere anche gli affetti più cari in un nulla, prologo della morte. Saper comandare alle cellule cerebrali di riprodursi uguali, ma vergini. Fermare gli anni e vivere a lungo, giovani, sani. Riprogrammare le cellule proprie del paziente, senza alcun sacrificio di embrioni, e così contrastare quella malattia mortale che è, per gli uomini, il tempo.E tuttavia l’annuncio che la vecchiaia potrebbe essere un giorno costretta a ritornare sui suoi passi, mentre ci pensi svela un retrogusto dal sapore incerto. Certo, da sempre la scienza lotta contro la malattia e la morte, in una splendida gara. Qui però non si tratta di combattere contro batteri o virus, o di fermare la maligna corsa proliferativa della metastasi; non è soltanto un battersi contro un male, ma forse anche un sovvertire il naturale umano invecchiamento. Dettando nuovi codici a cellule decrepite, ordinare: rinascete come eravate un tempo – come se la vita di quest’uomo non fosse trascorsa. Insomma, balena anche qualcosa di faustiano nella prospettiva, per ora concretamente lontana, di ricostituire neuroni e tessuti intatti in uomini che per la natura sarebbero prossimi alla morte.E viene da pensare a come andrebbe realmente, in un mondo in cui questa estrema possibilità di ringiovanire fosse data. Già ora in Occidente la speranza di vita supera largamente i settant’anni, già ora si va disegnando un’Europa di vecchi, mentre in Africa e in Asia si muore, bambini, di fame o di infezioni banali. Inquieta, la prospettiva di un mondo ricco in cui qualcuno possa comprarsi una nuova giovinezza; ha il sapore di una ingiustizia esacerbata. E se poi simili trattamenti diventassero un fatto di massa, quale sistema sociale saprebbe sostenere fasce di popolazione così accanitamente longeve – mentre di figli l’Occidente è tanto avaro?La prospettiva di una possibile artificiale giovinezza, a pensarci, non sembra poi così desiderabile; come se in sé avesse un germe disordinato, con quel comando impartito al segreto motore delle cellule di rallentare, fermarsi e camminare a ritroso. Ti dicono: ma via, è solo un primo esperimento, il mondo che immagini è nell’iperuranio. (Sarà, rimugini fra te, ma trent’anni fa uno scienziato sorrideva se sentiva la parola "clonazione", e invece quell’iperuranio è rapidamente arrivato).Comunque se è lecito, in questo ridisegnarsi veloce di mondi, continuare a credere nell’alleanza tra chi cura e chi è curato, vorrei augurarmi che la medicina non diventi mai un "catalogo" di possibili riprogrammazioni, a più o meno caro prezzo. Io credo che perché un popolo continui la sua storia, occorre che i padri muoiano, e i figli ricomincino (come sarebbe decrepito e triste il mondo, se non morissimo mai). E vorrei dire ai medici di oggi e di domani: abbiate cura di noi in scienza e coscienza, ma non "ricominciateci", non proponeteci una posticcia giovinezza, se non un assaggio di immortalità. È un’altra, la vita eterna che aspettiamo noi cristiani; e tanto grande, che non mi può bastare uno scampolo d’anni strappati a forza, nell’<+corsivo>ubris<+tondo> di dare un nuovo ordine a quella natura che ci è stata data.
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