sabato 1 marzo 2025
Il vescovo di Cassano all’Jonio e vice-presidente della Cei ha fondato un hospice per malati terminali: «Francesco testimonia un inno alla vita. Vergognose le speculazioni mediatiche»
Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vice-presidente della Cei

Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vice-presidente della Cei - Agenzia Romano Siciliani

COMMENTA E CONDIVIDI

«Tutto il pontificato di Francesco è un inno alla vita. E il letto del Policlinico Gemelli in cui il Papa è ricoverato diventa una cattedra del dolore che è parte integrante del suo magistero, ma che al tempo stesso invita la Chiesa e il mondo intero alla fiducia e alla speranza». Il vescovo di Cassano all’Jonio, Francesco Savino, sa bene quanto il Vangelo chiami ad abbracciare chi è toccato dalla malattia e dalla sofferenza. Prima di essere chiamato proprio da papa Bergoglio a guidare la diocesi calabrese di cui è pastore dal 2015, aveva voluto a Bitonto l’Hospice centro di cure palliative “Aurelio Marena” per pazienti in fase avanzata o terminale di cancro. L’aveva aperto l’8 luglio 2007 nella città pugliese dove era parroco e rettore del santuario dei Santi Medici che custodisce la reliquia dei venerati taumaturghi Cosma e Damiano. «In una società che esorcizza tutto ciò che è fragile perché devono prevalere la prestanza e la forza fisica - spiega il presule - il credente è esortato a vedere nel dolore un luogo teologico: perché è uno degli spazi in cui facciamo esperienza dell’incontro con Dio». Una pausa. «La malattia è un Getsemani che rimanda a quell’orto degli ulivi di Gerusalemme dove il Signore tocca con mano l’angoscia, il tormento, la debolezza, la solitudine umana. Ed è nel Getsemani che Gesù chiede agli apostoli di vegliare con lui. Ecco, anche noi siamo tenuti a vegliare accanto ai malati. Il che significa stare al loro fianco, tenere la loro mano nella nostra mano, offrire una carezza».

Dal 2022 il vescovo Savino è vice-presidente della Cei per l’Italia meridionale. «Tutta la Chiesa italiana è stretta intorno al letto di papa Francesco. Un popolo che, con le mani giunte oppure in ginocchio o ancora in atteggiamento di adorazione, prega il Signore Risorto perché giunga la sua guarigione. Lo ha testimoniato la veglia che il nostro cardinale presidente, Matteo Zuppi, ha presieduto nella chiesa di San Domenico a Bologna o il Rosario che ogni sera viene recitato in piazza San Pietro».

Eccellenza, come vive la malattia del Papa?

«Due grandi sentimenti abitano in me. Il primo è quello della preoccupazione. Mai, come in questo frangente della storia dell’umanità e della Chiesa, abbiamo ancora tutti bisogno di papa Francesco. Un Papa coraggioso e profetico con il suo magistero e i suoi gesti. Diceva il grande don Tonino Bello che serve rinunciare ai gesti del potere ma non al potere dei gesti. Spesso le azioni valgono più di mille parole. Francesco ha fatto sintesi tra le ragioni di Dio e le ragioni della storia, tra la fedeltà al cielo e la fedeltà all’umano. Poi l’altro sentimento che avverto è quella della speranza. Speranza nella ripresa del Papa, speranza nella sua capacità di guida».

Un movimento orante sta accompagnando la degenza.

«La speranza è figlia della preghiera. Le nostre diocesi, le nostre parrocchie, tanta gente comune stanno invocando il Signore, anche attraverso l’intercessione della Vergine e dei santi, perché il Padre celeste possa anzitutto confortare il Papa nella difficile prova che sta attraversando, e poi perché lo faccia uscire dall’ospedale. Mi piace pensare che due tipologie di mani si stanno incrociando intorno a Francesco: le mani rivolte al cielo di chi prega per lui; e le mani dei medici che operano sul suo corpo e che lo stanno curando».

Come sostenere un malato, soprattutto se in condizioni critiche?

«Qualunque sia il suo quadro clinico, tanto più quando la guarigione è remota, è necessario stargli vicino. In questi giorni ho avuto un incontro su problematiche legate alla sanità, e ai medici ho proposto l’“etica della sedia”: vuol dire, appunto, essere seduti al fianco al paziente. Assieme alle cure e ai farmaci, il malato ha necessità di una presenza, di un sorriso, di una parola, di un gesto che dice vicinanza ed empatia. Vale per il personale sanitario. Vale per ciascuno di noi».

Il Papa ha chiesto trasparenza sulle sue condizioni di salute, quasi a spronare al coraggio nella malattia. Il tutto mentre in Italia si tenta di legalizzare il suicidio assistito.

«Tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia, c’è una terza via su cui anche papa Francesco è intervenuto più volte: è quella delle cure palliative che implica un approccio globale del malato. Nel rispetto di chi la pensa diversamente, dico che il Papa ci sta ancora una volta mostrando la sua coerenza, intesa come obbedienza alla vita. La vita non va mai sprecata o banalizzata. E va vissuta in tutte le sue espressioni, fino alla sua naturale conclusione».

Intanto continuano le insinuazioni mediatiche su di lui e sul futuro della Chiesa.

«Sono nauseato dalle ripetute speculazioni: le dobbiamo respingere al mittente. Si vuole confondere la verità con la menzogna. Ma, come insegna il Vangelo di Giovanni, è la verità che rende liberi. Non c’è libertà senza verità. Sono vergognosi certi interventi che non mostrano alcun rispetto per il Papa: è il caso delle voci sulle dimissioni. Lasciamo che Francesco possa superare questo momento. E lasciamo al futuro le decisioni che con saggezza e discernimento la Chiesa ha sempre preso in modo opportuno».

Il Giubileo con il Papa “lontano”. Come affrontarlo?

«Francesco ha avuto l’intuizione che l’Anno Santo ci chiamasse a essere “pellegrini della speranza”. Alla scuola di Abramo che ci invita alla “spes contra spem”, a sperare con ogni speranza, dobbiamo essere saldi nel paradigma della speranza».

Assume un volto diverso la Quaresima che inizia mercoledì?

«Sarà un’ulteriore occasione per essere ancora più vicini a papa Francesco e rinsaldare il legame fra preghiera, speranza e vigilanza».

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: