domenica 8 febbraio 2009
A vent’anni dal documento Cei «Chiesa italiana e Mezzogiorno» i suoi vescovi si incontrano nel capoluogo campano. Il porporato intervistato da Avvenire: «Come cittadini e cristiani, vogliamo ricostruire la dignità di questa terra meravigliosa. Ci sono sfide nuove da vincere».
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Coniugare «la ricchezza della propria singola storia» con «la necessità ine­ludibile di una salvifica comunione tra tutti i popoli del Sud d’Italia». È questa oggi «la sfida che aspetta il Meridione e, in­sieme ad esso, tutta la sua Chiesa». A vent’anni dal documento su «Chiesa italia­na e Mezzogiorno», i vescovi del Sud torna­no per la prima volta a riunirsi per riflettere su un tema che continua a essere cruciale. Accadrà a Napoli, dove giovedì e venerdì prossimi ottanta vescovi e oltre trecento de­legati diocesani daranno vita al convegno Chiesa nel Sud. Chiese del Sud. Nel futuro da credenti responsabili, al quale interverrà an­che il cardinale presidente della Cei Angelo Bagnasco. A presentarlo ad Avvenire, nei ter­mini di quella sfida, è il cardinale Crescen­zio Sepe, arcivescovo di Napoli, che giovedì aprirà i lavori dell’incontro. Le domande sarebbero tante, ma la prima è obbligata: che distanza esiste tra il Sud, co­sì come viene raccontato, e la realtà del Me­ridione? È improprio parlare oggi di un solo Meri­dione come se fosse una realtà monolitica, è necessario fare riferimento ai diversi Sud d’Italia. Già nel documento del 1989 si ac­cennava a questa caratterizzazione che, benché fosse descritta, non provocava però una riflessione sulle sue conseguenze: po­litiche, amministrative, economiche, cultu­rali. I popoli del Sud amano la loro specifi­ca identità e lottano per la difesa della loro storia. C’è da chiedersi se in presenza di tan­ti Mezzogiorni abbia ancora senso parlare di un Meridione e di conseguenza di una «questione meridionale». Forse la debolez­za della riflessione nasce dalla distanza tra una proposta necessariamente globale, che riguardi il Sud, e la sua concreta, fragile sto­ria di frammentazioni che possono essere vi­ste come ricchezza, ma anche provocare ri­schi dolorosi per la crescita della Nazione. Salvemini aveva probabilmente ben letto il nostro antico e formidabile problema: «La malattia an­tichissima e del tutto spe­ciale del Mezzogiorno è nel­la struttura semifeudale, che è, di fronte a quella borghe­se dell’Italia settentrionale, un anacronismo». Cambia­no i nomi ma la realtà resta e, in tempo di economia glo­bale, la frammentazione da ricchezza possibile, da spe­cificità da raccontare, di­venta un macigno. Cos’è cambiato in questi vent’anni? Ci troviamo di fronte un mondo del tutto diverso. Al­lora, nell’89, cadde il muro di Berlino aprendo di fatto scenari nuovi. Il Meridione ha perso la sua vocazione con­tadina e insieme a questa forse anche un le­game profondo con la terra. Terra che in questi ultimi anni è stata violentata e im­bottita di veleni. L’uomo del Sud vuole di­fendere la sua identità, riappropriarsi delle sue radici e crescere al passo coi tempi. In un tempo che cambia vorticosamente, il Meridione non ha dimenticato alcuni dei suoi valori fondamentali, la lealtà, l’amici­zia, la famiglia, l’apertura al diverso, all’e­straneo, e anche una profonda fede. Noi co­me Chiesa siamo parte integrante di questo territorio e a chi si sente disperso offriamo la grandezza di una Parola di Dio che è stam­pata nel cuore della gente del Meridione. Quali delle vecchie emergenze sono anco­ra attuali? C’è qualcosa in cui la Chiesa ha mancato o avrebbe potuto fare di più? Le emergenze sono tante e sembrano non dare mai tregua. Alcune, più che emergen­ze, sono diventate mali endemici. Penso al lavoro che non c’è, alla criminalità organiz­zata, agli scandali economici, alla mancan­za di una politica davvero incarnata nelle attese dei diversi territori... Sotto questo punto di vista alcuni mali sono sempre at­tuali. Se la Chiesa ha mancato in qualcosa siamo pronti a chiedere perdono. Di sicuro l’impegno a diffondere la Parola di Gesù Cri­sto non è mai venuto meno. Sarebbe il caso di interrogarsi sul fatto se siamo riusciti o meno a rendere comprensibile il Vangelo, a saperlo comunicare a una società che cam­bia a ritmi vertiginosi. Ma questo non ci spa­venta, anzi ci sprona a dare di più e meglio. Se il Maestro esortava a gridare il Vangelo dai tetti noi oggi dobbiamo essere pronti a saperlo gridare dalle antenne e attraverso tutti i nuovi mezzi di comunicazione che le moderne tecnologie ci of­frono. Quali sono le nuove sfide? Innanzitutto quella di spaz­zare via il cupo pessimismo che imprigiona i cuori degli uomini, quel disfattismo di chi vede nel Sud Italia solo un problema, un peso, qual­cosa da cui tenersi alla lar­ga. È questo senso di scon­fitta che la Chiesa deve ave­re sempre la forza di com­battere. Noi soffriamo insie­me ai nostri figli, molti dei quali sono costretti ad an­dare via, a emigrare pur di potersi affermare social­mente e professionalmen­te. Ma perché non farlo qui? La sfida è quel­la di avere un Meridione orgoglioso di sé, dove poter crescere e dare frutti generosi. La Chiesa non abbandonerà mai i suoi figli, anche se lontani. «Nel futuro da credenti responsabili», reci­ta il sottotitolo del Convegno. Chi è il cre­dente responsabile? È l’uomo che ascolta la parola di Dio e la in­carna, mettendo in pratica, per ciò che può, il profondo mutamento interiore che que­sta parola comporta. La fede non è un fatto solitario. Il credente sa di essere un uomo in mezzo ad altri uomini ma la sua fede è in gra­do di convertire il proprio cuore e quello dei suoi simili, di incarnarsi nel vissuto di tutti i giorni. Mi riferisco ad ogni livello della so­cietà. Il cristianesimo è una religione del­l’incarnazione. L’esempio di Cristo fa sì che tutti noi, ognuno per la propria parte, si fac­cia interprete di quella parola e sappia far­la germogliare nel campo in cui opera, ogni giorno. Nell’ambito politico certamente, co­me in quello lavorativo e familiare. Che obiettivo concreto si pone il Convegno? Quello di testimoniare la nostra presenza sempre, in maniera forte. A Napoli, dopo vent’anni, si incontrano tutte le Chiese del Sud. Noi vogliamo dire ai nostri fratelli che siamo con loro, in mezzo a loro. Saremo vo­ce di chi non ha voce, ricostruiremo insie­me agli uomini di buona volontà il tessuto profondo delle nostre radici, recupereremo la dignità di appartenenza come cittadini e credenti in Cristo Salvatore. Nei momenti di gioia e in quelli più bui, nei giorni tristi e più dolorosi saremo a fianco della nostra gente e con loro ci faremo protagonisti del nostro futuro. Tutti sanno quanto dolore provi la gente del Sud, ma ai figli e alla figlie di questa meravigliosa terra sapremo dire che la Chiesa sarà sempre dalla loro parte. Ben inteso: sarà necessario uno sforzo serio per recuperare un pensiero sul Meridione capace di riacciuffare il nostro protagoni­smo per la ricostruzione del futuro. Ciò ri­chiederà – come indica il convegno – il co­raggio di una testimonianza eroica che met­ta nel cuore dell’uomo la speranza di un do­mani possibile.
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