martedì 28 maggio 2013
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Racconta il critico Edmund Wilson che nel 1928 o giù di lì anche Francis Scott Fitzgerald era un maniaco di Stravinskij. Chi andava in visita dallo scrittore lo trovava intento ad armeggiare con il giradischi: La sagra della primavera era il suo pezzo forte o, meglio, la sua fissazione. Wilson non lo precisa, ma è molto probabile che l’incisione fosse quella realizzata dallo stesso Stravinskij per la Columbia proprio nel 1928. Segno che, a quindici anni dalla controversa «prima» parigina, il Sacre  aveva conseguito la statura di un successo planetario. Pop suo malgrado, si potrebbe dire, non fosse che l’esito della parabola era stato abbondantemente previsto da Sergej Djagilev, il geniale impresario dei Ballets Russes che prima aveva accolto con perplessità la composizione di Stravinskij («Va avanti ancora per molto?», chiese dopo averne ascoltato le battute iniziali) e poi aveva orchestrato la première del 1913.Ispirato ai riti di fertilità del folklore slavo, il capolavoro di Stravinskij coglie perfettamente lo spirito del suo tempo. Claude Debussy lo considerava un esempio di musique nègre, definizione che implica un legame sia con il jazz tanto amato da Fitzgerald, sia con la scoperta dell’arte africana che in quegli stessi anni, e nella stessa Parigi, stava rivoluzionando lo stile di maestri come Modigliani, Brancusi e Picasso. L’opera che più di ogni altra assomiglia a Primavera sacra (questa la traduzione corretta del titolo originale russo) è però un testo letterario, e cioè La terra desolata di T.S. Eliot. Pubblicato nel 1922, il poema esplora un territorio sacro e nel contempo selvaggio, del tutto analogo a quello evocato da Stravinskij. Il quale, come Eliot, imprimerà più tardi al suo lavoro una connotazione liturgica di cui la Sagra rappresenta per molti aspetti un annuncio drammatico e dissonante.
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