domenica 3 novembre 2019
Marxismo e finanza globale. Nell'ex colonia britannica si sta giocando una partita essenziale per il futuro del Paese del dragone, che va ben al di la dei legittimi desideri dei giovani in piazza
La “protesta degli ombrelli” dei giovani di Hong Kong / Epa/Vivek Prakash

La “protesta degli ombrelli” dei giovani di Hong Kong / Epa/Vivek Prakash

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Fu proprio Karl Marx ad intuire nei suoi Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica del 1857 il migliore scenario “hongkonghista”. Qualcuno potrà meravigliarsi. Per capire quello che si sta giocando in questi incredibili periodi nella grande metropoli asiatica – alcuni osservatori hanno parlato di “mesi sessantottini” – è necessario riflettere sui punti alti dello sviluppo dell’attuale processo di globalizzazione economica e finanziaria. Emergono radicali punti di fratture sociali non integrabili semplicisticamente. Anzi. Cosa intendiamo per punti alti dello sviluppo? In che rapporto sta questa nuova forma di metropoli ultratecnologica col problema centrale dei Lineamenti della dialettica lavoro astratto-valorizzazione del salario?

Come sappiamo anche il concetto di lavoro, in questi ultimi trent’anni, ha mutato completamente forma. Oramai non si tratta di determinare una quantità definita di lavoro semplice che il salario “misura”, ma di una determinata combinazione sociale del lavoro vivo e super automatizzato del processo di valorizzazione dello stesso lavoratore. Ad un certo punto di questi complicati processi di mutamenti tecnologici, non possono più essere misurati: il valore del lavoro è oramai senza controllo. Poiché lo sviluppo delle forze produttive è incrementale: più c’è crescita, più l’incremento diviene geometrico e tutti noi partecipiamo ad una accelerazione mai vista. La genialità porta a quello che possiamo chiamare “cervello sociale” automatizzato, collettivo, intendendo collettivo non senza proprietà, ma di tanti. Tutti i problemi sociali della metropoli di Hong Kong, negli ultimi cinquant’anni, sono stati imposti dalla presenza conflittuale dei poveri della grande metropoli asiatica.

Così riferisce, in un seminario di studio al Pime a Milano, il padre Franco Mella, missionario lì a Hong Kong. È uno dei protagonisti della composita leadership del “Fronte per i diritti civili e umani”, che è il più ampio coordinamento tra le varie anime del movimento di protesta giovanile. Impressionanti livelli di diseguaglianze sociali hanno caratterizzato la storia di quella ex colonia britannica. Alla fine di tutto questo lungo ciclo storico, in questi ultimi anni, scatta il welfare state e l’innovazione sociale si configura nelle realtà collettive delle centinaia di migliaia di soggetti sociali che compongono il movimento di protesta. Buona parte di loro sono operatori di aziende e di multinazionali ad alto regime di presenza robotica e di procedure tecnologiche di intelligenza artificiale. Scesi in piazza per chiedere democrazia e diritto di critica. Proprio, paradossalmente, in un momento in cui il partito unico al potere in tutta la Cina (perciò anche ad Hong Kong) è orientato dalle teorie del segretario a vita Xi Jinping verso quella “dittatura di tutto il popolo” che ha per obiettivo una sorta di “società armonica” che è proprio il contrario di quello che desiderano i giovani in lotta, orientati da teorie critiche della società. Si sta giocando molto nelle strade di Hong Kong: una vera rielaborazione della relazione tra democrazia e comunismo reale.

Come ben sappiamo dal giugno scorso ad oggi si è aperto un vasto ciclo di lotte sociali dopo quelle, già intense, del 2014 col “movimento degli ombrelli”. Tutto questo non è nato a caso, sottolinea il padre Mella. Le radici di questi movimenti affondano nelle tante micro esperienze cristiane, avviate all’inizio di questo secolo con un radicamento diffuso per le occupazioni delle case, per le scuole popolari, per le lotte dei dockers del porto di questa grande metropoli, oltre che dei ricchi, anche di vaste fasce sociali sottoproletarie. Che nel corso di questi cinquant’anni hanno acquisito lavoro, diritti e fondato nuovi sindacati di classe ed un rigoglioso associazionismo educativo. La presenza di leader cristiani, sia protestanti sia cattolici, riferisce padre Mella, si è collegata a quello che lui chiama il gruppo dei “tre cervelli”: un pastore protestante e due attempati professori universitari di sociologia, i veri tre leader dei movimenti precedenti sono stati loro. Le linee di condotta culturali, sino ad oggi, sono state la ricerca della non violenza e la volontà di partecipazione democratica. Anche con la presenza del partito unico comunista.

In questi ultimi mesi l’escalation è stata violenta, prodotta dall’ala “localista”, che impugna bandierine inglesi ed americane. Non è la stragrande maggioranza del movimento. I comunisti cinesi hanno colto la radicalità dell’opposizione giovanile, ma per la loro formazione attuale di taoismo mischiato ai pensieri di Mao e di Deng, si contrappongono con una visione nostalgica, dove il conflitto è sempre condannato come “anarchia”. Le iniziali esperienze “verso il comunismo” per i comunisti cinesi, ancora oggi, non trovano elaborazioni verso sbocchi di democrazia pluralistica a tutti i livelli. Ma quali le future prospettive del movimento giovanile di protesta? Quale il futuro esistenziale delle nuove leadership emerse anche nelle ultime lotte di questi mesi come Jimmy Sham, aggredito da picchiatori nell’area di Mong Kok? Ci troviamo in una situazione di dualismo di poteri. Vale a dire che è in crisi, anche culturale, la legittimità delle istituzioni presenti, ma non emergono, dal basso, nuovi processi costituzionali. Il doppio potere non può restare in equilibrio a lungo.

C’è un’estrema necessità che il grosso del movimento debba accettare, lo voglia o no, come necessaria una dinamica sociale e culturale di obiettivi intermedi, una sorta di “carta rivendicativa” comprensibile, in linea di principio, anche dalle differenti controparti istituzionali di fatto governanti. Sia nella città di Hong Kong che nella madrepatria Cina con il partito comunista. Altrimenti come dice un importante politologo della metropoli asiatica, Jouden Lhatoo, del “South China Morning Post”', la rivoluzione dei giovani li divorerà, anche singolarmente. I leader saranno destinati o ad incarcerazione inevitabile o a fughe in esilio. Il movimento si estinguerebbe. Un’altra possibile opzione è una graduale cooptazione delle leadership nei poteri di Hong Kong: sarebbe la fine del periodo dell’innocenza, aprendo una nuova dinamica psichica e culturale, che potremmo definire una “lunga marcia” attraverso le istituzioni. Cercando anche collegamenti con il Partito comunista cinese, puntando all’indebolimento di quel blocco culturale che è la teoria della “società armoniosa”.

La Cina si trova in una fase di opportunità e di apertura politica. Ha necessità di superare ancora enormi questioni arretratezza. Il volto tecnologico superavanzato delle coste cinesi è, in parte, un bluff. Nell’epoca corrente si sta organizzando per puntare alla massima competitività verso gli Stati Uniti. A tal fine ha necessità di una popolazione molto più omogenea di quella attuale, spaccata tra masse rurali e realtà urbane, che hanno raggiunto quella dinamica di “cervello sociale” sopra descritto. Per riprendersi Taiwan, controllare Hong Kong, sottomettere i vicini, la Cina comunista non è pronta e poi, negli ampi dibattiti del partito, sorgono differenti ipotesi. Ad esempio il politologo John Wilson che lavora ad Hong Kong riferisce che l’obiettivo “un Paese, due sistemi” possa andare anche oltre il 2047, anno in cui Hong Kong esaurirebbe la propria autonomia giuridico- democratica. Al contrario, potrebbe espandersi l’economia mista in tutta la Cina. Prima che la nazione si irrigidisca oppure imploda. In sintesi: la dirigenza comunista è disponibile ad offrire professionalità politiche ai giovani leader antiautoritari di Hong Kong. Potrebbe così avverarsi che la metropoli asiatica sappia prefigurare il futuro di tutta la madrepatria cinese, non precipitando nel nulla.

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