Passata l’emergenza si torna alla normalità
domenica 12 gennaio 2025
Tecnicamente è un ritorno alle regole ordinarie, non un rinvio. Ma l’effetto sarà che nelle principali città italiane (e in altri duemila centri) quest’anno non si terranno elezioni comunali, anche se in certi ambiti politici se n’era cominciato già a ragionare sulla base delle rispettive scadenze. Per fare degli esempi, i sindaci di Torino e Venezia saranno eletti nel 2026, quelli di Roma, Milano, Napoli e Bologna nel 2027. Il mandato dei sindaci in carica e dei relativi consigli durerà di più, con una proroga di otto-nove mesi. Per capire il perché bisogna tornare indietro nel tempo, a quegli anni della pandemia che si vorrebbero cancellare con un colpo di spugna e che invece, pur così recenti, sono già scolpiti nella storia del nostro Paese. Un passo alla volta, però. Il testo-base di riferimento è la legge 182 del 1991 in cui si stabilisce che le elezioni dei consigli comunali si svolgano “in un turno annuale ordinario da tenersi in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno se il mandato scade nel primo semestre dell’anno ovvero nello stesso periodo dell’anno successivo se il mandato scade nel secondo semestre”. Nel 2020, però, la situazione eccezionale di emergenza sanitaria spinse il legislatore a differire la tornata elettorale all’autunno – nella finestra temporale 15 settembre-15 dicembre – con un apposito decreto-legge regolarmente convertito dal Parlamento. In concreto le urne furono aperte il 20 e il 21 settembre. Nel 2021 il perdurare dell’emergenza sanitaria comportò un’operazione analoga e si andò così a votare il 3 e il 4 ottobre. E ora? Come vanno computati i mandati ai fini della scadenza elettorale? Molti enti locali hanno chiesto lumi al ministero dell’Interno. Il Viminale, sentita anche l’Avvocatura dello Stato, ha chiarito con una circolare che si torna semplicemente al regime ordinario. Dunque, poiché sia nel 2020 che nel 2021 gli organi sono stati rinnovati nel secondo semestre dell’anno, le elezioni saranno fissate nella primavera dell’anno successivo, tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2026 e del 2027. L’ineccepibile chiarimento ufficiale è stato comprensibilmente accolto con favore da sindaci e consiglieri prorogati e ha indotto i partiti a ricalibrare la tempistica della scelta delle candidature, quando in alcuni casi la campagna elettorale aveva già cominciato a scaldare i motori. E se la proroga venisse estesa anche alle cinque regioni a statuto ordinario in cui è previsto che si voti quest’anno? Secondo alcuni potrebbe essere un modo di indorare la pillola del no al terzo mandato dei “governatori”. Si tirano in ballo i risparmi possibili e anche la suggestione di un anno senza elezioni. Per la verità una chiamata alle urne ci sarebbe comunque perché, mentre il referendum sull’autonomia appare fortemente a rischio dopo che la stessa Corte costituzionale ha demolito la legge Calderoli, è improbabile che siano dichiarati inammissibili tutti gli altri quesiti. Ma non è questo il punto. A parte di fatto che la normativa sulle regionali è completamente diversa da quella sul voto amministrativo, il rispetto delle regole sulle scadenze elettorali è un principio di rilevanza fondamentale per una democrazia. Soltanto situazioni veramente eccezionali possono giustificare interventi – il più limitati possibile – com’è accaduto con la pandemia. E cessata l’emergenza si deve tornare subito alla normalità. © riproduzione riservata
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI