domenica 3 settembre 2023
«Forse perché della fatal quïete/ Tu sei l’imago, a me sí cara vieni,/ O Sera!» E quando le nubi estive ti corteggiano, liete, e gli zeffiri sereni, e anche quando dall’aria nevosa porti all’universo lunghe tenebre, «Sempre scendi invocata, e le secrete/ Vie del mio cor soavemente tieni». Ugo Foscolo, in un sonetto leggendario, Alla sera così accoglie quel momento magico del giorno, che scende dolcemente sul mondo e sulla sua anima: immagine della quiete fatale, il tempo dopo la morte. Foscolo non è cristiano, in senso stretto, e nemmeno critica la visione cristiana: dopo la morte immagina comunque una quiete fatale, che non è una nuova vita, Paradiso o Purgatorio, certo, ma nemmeno la non-vita buia e dolorosa dell’Oltretomba dei Greci. Nutrito della loro cultura (che è una delle tre costole dell’Occidente), non ne è un epigono: non è neoclassico, ma un romantico, un uomo che cerca nelle origini e nel presente il senso dell’essere. Per questo grande poeta la vita è travaglio, ma ardente e ardito: la sua poesia è un inno alla vita, e il suo atto di ringraziamento e devozione alla sera, alla quiete che placa il suo spirito ruggente, indica accettazione religiosa della vita stessa, nel suo turbine e nel suo riposo. © riproduzione riservata
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