lunedì 28 novembre 2016
Nata per giudicare su genocidi e crimini di guerra, la corte sta vivendo una grave crisi con l'abbandono della Russia e di alcuni Stati africani. La salverà un'inchiesta sugli Usa in Afghanistan?
Il presidente sudanese Bashir, condannato dalla Corte penale internazionale per i crimini commessi nel Darfur.

Il presidente sudanese Bashir, condannato dalla Corte penale internazionale per i crimini commessi nel Darfur. - Public Domain

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L’ultimo colpo è arrivato dalla Russia: due settimane fa Mosca ha annunciato di non volere ratificare il trattato istitutivo della Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi), lo Statuto di Roma. In precedenza, già tre Paesi africani (Gambia, Sudafrica e Burundi) avevano già notificato all'Aja la propria intenzione di abbandonare la corte, accusata di prendere di mira solo cittadini africani. È l’inizio della fine per il tribunale nato con l’obiettivo di giudicare su genocidi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità?

"Lancio un messaggio solenne: non andate via", è stato l'ultimo appello lanciato dal presidente dell'Assemblea degli Stati membri della Cpi, il senegalese Sidiki Kaba. Per Mosca, che nel 2000 aveva firmato lo Statuto, la Cpi "non è all'altezza delle speranze" e non è diventato un "organo realmente indipendente ed autorevole della giustizia internazionale". È la reazione alla recente condanna da parte della Cpi della “temporanea occupazione della Crimea” da parte della Russia, accusata di “abusi dei diritti umani e di discriminazioni nei confronti della popolazione locale”.

Fondata nel 2002, "la corte attraversa momenti difficili, ma credo nelle virtù del dialogo costruttivo all'interno di questa assemblea", ha ammesso Kaba, ex ministro della Giustizia in Senegal, dicendosi pronto ad accettare "critiche legittime". In Africa, altri Paesi, come Kenya, Namibia e Uganda, potrebbero seguire l'esempio di lasciare la corte, accogliendo l'appello lanciato a fine ottobre dal Sudan a tutti i Paesi del continente di abbandonare la Cpi. Ma la decisione di ritirarsi, ha precisato il ministro della Giustizia sudafricano, "non è stata presa a cuor leggero".

Il governo sudafricano ritiene di essere stato trattato in modo ingiusto dalla corte dopo che, a fronte di "obblighi conflittuali", si è rifiutato di arrestare il presidente sudanese Omar el-Bashir durante una visita a Johannesburg. Contro el-Bashir la corte ha spiccato un mandato di arresto per genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella regione del Darfur.

Peraltro, molti stati africani (tra i quali Botswana, Sierra Leone, Malawi, Nigeria, Costa d`Avorio e Senegal) hanno recentemente dichiarato il loro sostegno alla Corte. La Tanzania ha invocato un dialogo costruttivo al posto del ritiro. Molti altri Stati africani, tra cui Mali, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana, stanno continuando a cooperare con la Corte rispetto a procedimenti in corso e il Gabon ha recentemente deciso di riferire alla Corte la situazione nel Paese.

Dalla sua adozione, nel 1998, sono 124 gli stati parte dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale: 34 di essi sono africani. Amnesty International sta anche svolgendo una campagna per chiedere al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’adozione di un codice di condotta per astenersi volontariamente dall’uso del potere di veto per bloccare l’azione dello stesso organismo in situazioni di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Attualmente ben nove delle 10 indagini in corso alla Cpi riguardano l'Africa (la decima la Georgia), aspetto che ha sollevato dubbi e critiche. Per l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Raad al-Hussein "non esiste alcun sostituto alla Cpi". Ammonendo sul fatto che "una nuova tendenza all'isolazionismo e a una leadership senza principi" si sta diffondendo nel mondo, Zeid ha aggiunto: "Non è ora il momento di lasciare. Serve risolutezza e forza. Non tradite le vittime, né il vostro popolo. Rimanete con la Corte". A minacciare l’uscita dalla corte è stato di recente anche il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, “perché le loro sfacciate prepotenze colpiscono soltanto piccoli Paesi come noi”.

Mosca da parte sua ha motivato il suo provvedimento con l'asserita «parzialità», «inefficienza» e carenza di «effettiva indipendenza» della Cpi e con la mancata realizzazione da parte sua delle aspirazioni che la comunità internazionale vi aveva riposto. Sul piano giuridico, l'omessa ratifica di fatto sottraeva comunque la Russia alla giurisdizione della Cpi. Altri Paesi firmatari che si sono ritirati sono Usa, Israele e Sudan. Tra quelli che mai hanno neppure firmato lo Statuto, Cina, India, Pakistan, Turchia, Arabia e Indonesia.

Nei giorni scorsi il procuratore capo della Corte penale internazionale ha detto che esiste "un ragionevole fondamento per credere" che i soldati statunitensi abbiano commesso crimini di guerra in Afghanistan, compresa la tortura. Per anni, la Corte ha preso in considerazione l'ipotesi di aprire un'inchiesta approfondita sui potenziali crimini di guerra in Afghanistan e l'annuncio del procuratore, la gambiana Fatou Bensouda, fa intendere che probabilmente ci sarà un'indagine accurata.
Bensouda non ha annunciato una decisione finale sull'inchiesta, che avrebbe bisogno dell'approvazione dei giudici, e probabilmente non riceverebbe la cooperazione degli Stati Uniti. Per la Cpi sarebbe anche un modo di dimostrare di trattare tutti gli Stati allo stesso modo, dopo che Sudafrica, Gambia e Burundi hanno annunciato la loro intenzione di recedere, perché la Corte sarebbe "interessata solo a colpire i Paesi africani".

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