martedì 12 gennaio 2021
I dati più drammatici riguardano l’occupazione giovanile con due milioni di Neet e quella femminile, con quasi una donna su due inoccupata
Tiziano Treu, presidente del Cnel

Tiziano Treu, presidente del Cnel - Gennari

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Più ombre che luci sul mercato del lavoro all'inizio del 2021. Questa la fotografia scattata dal Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione 2020 del Cnel-Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro, giunto quest'anno alla XXII edizione.

Se i dati più drammatici riguardano l’occupazione giovanile con due milioni di Neet (non studiano e non lavorano) e quella femminile, già in una situazione critica pre-Covid, con quasi una donna su due inoccupata, che si è ridotta di quasi due punti percentuali, non destano minore preoccupazione il mancato rinnovo dei contratti per oltre dieci milioni di lavoratori (77,5% del totale), l’inadeguatezza del sistema scolastico e formativo nella formazione delle competenze, l’aumento della povertà e delle disuguaglianze.

Già alla fine del 2019 - si legge nel documento articolato in 15 capitoli - «l’Istat aveva identificato diversi segnali di stagnazione per l’economia italiana, sottolineando diverse problematiche dal punto di vista strutturale. A gennaio e febbraio 2020, tuttavia, si erano notati timidi spunti di ripresa, soprattutto in tema di produzione industriale e commercio estero, ma il Covid-19 che ha colpito alla fine di febbraio ha quasi bloccato gli scambi internazionali e la domanda estera per le nostre imprese. Attualmente il quadro economico internazionale si presenta particolarmente complesso poiché l’emergenza sanitaria ha generato uno shock globale di eccezionale intensità».

La situazione è destinata molto probabilmente ad accentuarsi e diventare esplosiva con l’interruzione della cassa integrazione e la fine del blocco dei licenziamenti. Si teme che una parte degli esuberi verrà sicuramente ‘assorbita’ dall’economia sommersa non riuscendo a trovare un’occupazione in regola andando ad aumentare la quota già aumentata negli ultimi anni di lavoro nero. La crisi conseguente alla pandemia ha colpito circa 12 milioni di lavoratori tra dipendenti e autonomi, per i quali l’attività lavorativa è stata sospesa o ridotta, in seguito al lockdown deciso dal Governo per limitare l’aumento esponenziale dei contagi.

«La crisi prodotta dal Covid e dai provvedimenti adottati per contrastare l’emergenza sanitaria ha alterato in profondità il funzionamento del mercato del lavoro come dell’economia, con impatti diversificati per settori, per territori e per gruppi sociali, allargando divergenze e diseguaglianze storiche», dice il presidente del Cnel Tiziano Treu, che ha curato l'introduzione del Rapporto sottolineando che «le fratture provocate da questa pandemia seguono linee diverse da quelle presenti in altre crisi, perché non sono correlate con gli usuali parametri economici bensì alle connotazioni strutturali e organizzative che determinano la maggiore o minore esposizione di ciascuna realtà al rischio di contagio. Infatti, gli impatti più gravi si sono verificati non nelle attività manifatturiere, ma in settori ad alta intensità di relazioni personali come il turismo, la ristorazione, le attività di cura, e i servizi in genere».

«La pandemia ha messo in evidenza non poche falle nel nostro sistema di protezione sociale, sia negli ammortizzatori (Cig e Naspi) nonostante la riforma del 2015 avesse provveduto a una loro estensione, sia nel più recente reddito di cittadinanza che doveva fornire un aiuto economico ai poveri e, in ipotesi, ad aiutare quelli abili al lavoro a trovare occupazione. La esplosione del lavoro digitale a distanza ha modificato i luoghi e il tempo delle attività umane. È cresciuta la interdipendenza fra lavoro, salute e contesto ambientale. Si è resa, per questa via, evidente la necessità di integrare fra loro politiche del lavoro, istituti della salute e cambiamenti del contesto socioeconomico. L’importanza di questi nessi sarà indicata nel nostro rapporto», aggiunge ancora Treu.

Le vicende del mercato del lavoro - rileva il Rapporto - «sono state dominate da due questioni che hanno sovrastato tutte le altre, la protezione della salute dal contagio e la continuità del reddito e della occupazione. Sulla base dei nostri calcoli circa 5,3 milioni di famiglie risultano avere un Isee minore di 9.360 euro annui. L’eccezionalità e l’imprevedibilità delle conseguenze derivanti dall’emergenza epidemiologica Covid-19 hanno comportato la necessità di porre in essere una serie di misure di contenimento e di contrasto al contagio senza precedenti, nonché di conseguenti interventi al fine di sostenere lavoratori, famiglie e imprese».

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