giovedì 1 settembre 2011
COMMENTA E CONDIVIDI
Rifugiati ambientali o eco­profughi: due definizioni per indicare la condizione di quanti sono costretti ad abbando­nare la propria terra d’origine a cau­sa di carestie, mancanza d’acqua, i­nondazioni, tsunami o cambia­menti climatici che rendono diffici­lissima la sopravvivenza. Di loro par­la il Messaggio per la sesta Giornata per la salvaguardia del creato; di lo­ro si occupa il Servizio dei gesuiti per i rifugiati ( Jrs), impegnata in 57 Pae­si del mondo con oltre 1.200 perso­ne tra laici, gesuiti e altri religiosi per rispondere ai bisogni educativi, sa­nitari, sociali e alle altre necessità di più di cinquecentomila rifugiati e migranti forzati. «Cercando anche di difendere i loro diritti a prescin­dere dalla razza, dall’origine etnica e dall’appartenenza religiosa», pre- cisa padre Giovanni La Manna, pre­sidente del Centro Astalli, la costola italiana del Jrs. «I vescovi ci ricordano che alcune zone del pianeta sono diventate i­nabitabili per il mancato accesso ad acqua, cibo, energia, come pure per l’inquinamento e i disastri naturali, stimando che entro il 2050 il nume­ro dei profughi ambientali potrà sfiorare i duecento milioni. Oggi so­no circa 25 milioni», riferisce il ge­suita. Ma gli esperti prevedono che altri 150 milioni di persone potreb­bero diventare sfollati per l’innalza­mento del livello del mare e della de­sertificazione, con un aumento di scarsità d’acqua, inondazioni, tem­peste e altri disastri. «Abbiamo le no­stre responsabilità in questo degra­do del creato: il Sud del mondo è di­ventato la pattumiera dei rifiuti tos­sici dell’Occidente; abbiamo espor­tato sfruttamento e inquinamento», denuncia padre La Manna. Una situazione che non può lascia­re nessuno, credente o non, nell’in­differenza: «Alcuni hanno smesso di guardare all’altro come fratello, non riconoscendo in lui un proprio si­mile ma un problema, un nemico da evitare ancor prima di chiedersi perché è arrivato miracolosamente vivo sulle nostre coste, finito a dor­mire sulle nostre strade, lontano dal proprio paese. Dobbiamo riscopri­re di essere un unico popolo che a­bita un creato, avere occhi aperti e coscienze sveglie, perché indiffe­renza uccide anzitutto noi stessi», fa notare il presidente del Centro A­stalli. Che incontra quotidianamen­te uomini, nuclei familiari, donne sole con figli provenienti dal Corno d’Africa o da altre zone del conti­nente, fuggiti da carestie e siccità, da inondazioni e tsunami. Somali, etiopi, sudanesi. Che sfida­no la morte affrontando viaggi lun­ghi e pieni di insidie. Dietro ogni per­sona un volto, un nome, una storia. Che mass media, politica e opinio­ne pubblica del Nord del mondo tendono a ignorare. «Eppure sap­piamo da cosa fuggono – scandisce il gesuita –. Ma il nostro appello di creare canali umanitari sicuri è ri­masto inascoltato, finora. Molte donne subiscono violenze sessuali durante il percorso da parte di mili­tari o degli stessi trafficanti di esseri umani, mentre in patria migliaia di bambini continuano a morire di fa­me; però scappano lo stesso, insie­me ai loro figli: tutto quello che han­no, il bene più prezioso da portare con sé. Nei loro confronti, siamo chiamati a comportarci non come fossero fratelli di serie B, smettendo di sfruttare i loro territori. Rispet­tando anzitutto loro e l’ambiente da cui provengono».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: