venerdì 2 aprile 2010
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«Se volete sapere qualcosa sulla mia vita chiedetelo a lui: la conosce meglio di me». Così era solito scherzare Giovanni Paolo II indicando tra i vecchi amici un prete magro e allampanato. È lui il primo grande biografo di Karol Wojtyla: padre Adam Boniecki, attuale direttore di Tygodnik Powszechny, il settimanale cattolico polacco. Quando glielo ricordo sorride cercando di nascondere la propria commozione. Boniecki ha ricostruito le vicende del suo compatriota più famoso giorno per giorno, dalla nascita fino all’elezione a Pontefice il 16 ottobre del 1978. Una cronaca dettagliata e meticolosa, un vero e proprio «Calendario della vita di Karol Wojtyla», come suona il titolo del libro, tradotto anche in inglese. «L’ho fatto per smentire le tante leggende che iniziarono a circolare sul Papa polacco, storie assolutamente immaginarie sul fatto che era stato fidanzato, anzi no, si era sposato ma era rimasto vedovo, era entrato nell’esercito clandestino per combattere i nazisti, e via inventando...», spiega don Adam che ebbe l’approvazione di Giovanni Paolo II per il suo lavoro. Karol Wojtyla l’aveva conosciuto la prima volta nel 1971, all’università cattolica di Lublino dove l’allora cardinale di Cracovia teneva lezioni di Etica. «Era molto amato da noi studenti perché, a differenza di tanti insegnanti, era una persona semplice, alla mano, che non si dava assolutamente delle arie – racconta –. E questo nonostante che le sue lezioni di filosofia fossero tutt’altro che facili». È un ritratto per niente agiografico quel che traccia l’ex studente. «La prima cosa che mi colpì di lui fu il suo humour. Era un tipo che amava scherzare, aveva sempre la battuta pronta e questo non era affatto abituale tra i docenti di allora». Scava nella memoria, ride, poi scuote la testa avvolta in una nuvola di fumo. No, questo non si può scrivere… E perché? Ecco l’aneddoto. Ad una riunione di preti c’era uno che non smetteva di chiacchierare e fare rumore. Il cardinale Wojtyla lo rimproverò amabilmente: «Se continui a disturbare finirai in purgatorio». E l’altro, irriverente: «Sì, e so già cosa mi toccherà fare in purgatorio: leggere i suoi testi di filosofia». Qualche tempo dopo questo sacerdote morì e quando Wojtyla andò a benedire la tomba non si trattenne: «Poveretto, e adesso nell’aldilà gli toccherà studiare il mio libro "Atto e persona"».Il giovane sacerdote Boniecki fu destinato dall’arcivescovo di Cracovia alla pastorale universitaria. Un lavoro impegnativo e fantastico, svolto a stretto contatto con Wojtyla. Durante la Settimana Santa, ieri come oggi, nella chiesa di Sant’Anna centinaia di studenti seguono gli esercizi spirituali. «Wojtyla arrivava e si metteva nel confessionale come un semplice prete, in tonaca nera. Ed anche alle riunioni clandestine con gli universitari lui si presentava in modo informale, con grande libertà e spontaneità. Forse sta proprio qui la sua santità», dice come se riflettesse tra sé e sé. Don Adam non condivide i ritratti del Papa polacco tipo Superman che hanno cominciato ad essere diffusi negli ultimi anni, dopo la sua morte. «Certo - aggiunge - era un uomo dotato di grande coraggio. Ma non lo dava a vedere. Una volta gli sottoposi il problema dei campi estivi coi giovani (simili incontri erano proibiti dal regime comunista, ndr). Mi erano giunte notizie che l’Sb, i servizi segreti, erano decisi a stroncare il fenomeno. Cosa succede, se ci scoprono? chiese l’arcivescovo. Ed io: le autorità faranno un po’ di baccano, poi ci costringeranno a pagare una multa per violazione delle norme sulle riunioni pubbliche. E lui, con aria rilassata: va beh, vuol dire che pagheremo, il nostro lavoro non ha prezzo!».Una delle prime decisioni prese da Giovanni Paolo II, appena eletto Pontefice, fu quella di chiamare padre Boniecki a Roma per dirigere L’Osservatore Romano in lingua polacca. Recentemente dagli archivi dei servizi segreti comunisti è saltato fuori che don Adam, considerato uno dei confidenti del Papa, era il prete polacco più sorvegliato. Cercarono in tutti i modi d’arruolarlo come collaboratore, ma non ci riuscirono. «Mi bastava un colpo d’occhio per capire le reali intenzioni di tanti personaggi melliflui e meschini che m’invitavano a pranzo per conoscere  i segreti vaticani. Io mangiavo, bevevo e li lasciavo all’asciutto», racconta sornione. Ma Giovanni Paolo II era al corrente di questi tentativi? «Sì, ma non se ne preoccupava più di tanto. Aveva un fiuto incredibile, appreso nei tanti anni passati sotto il regime in Polonia. E poi non aveva nulla da nascondere: quel che pensava lo diceva pubblicamente, a costo d’apparire brusco e poco diplomatico. Anche qui, davvero, emerge la sua santità: quella di un uomo straordinario nel vivere la normalità e le difficoltà della vita».
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