martedì 21 maggio 2024
Nel maggio 1924 a Shanghai le assise che avviò il passaggio della guida della comunità ecclesiale del Paese da mani europee al clero locale. Il ruolo del delegato apostolico Costantini
Cattolici cinesi in preghiera

Cattolici cinesi in preghiera - Ansa

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Proprio cento anni fa, nel maggio 1924 si aprì il Primum Concilium Sinensis – chiamato anche Concilio di Shanghai – cui parteciparono i responsabili di tutte le circoscrizioni ecclesiastiche della Cina, di cui però due soli era cinesi: tuti gli altri missionari stranieri. Fu una svolta molto importante nella storia della Chiesa cattolica in Cina perché segnò l’inizio di un coraggioso passaggio della guida di questa Chiesa da mani europee al clero locale. Dopo più di sessanta anni di tentativi della Santa Sede per realizzarlo, il Sinodo nazionale cinese venne finalmente convocato dal primo delegato apostolico in Cina, monsignor Celso Costantini, che vi giunse nel 1922. Negli anni precedenti, la Santa Sede e le autorità della Repubblica di Cina – nata dopo il crollo del millenario Celeste impero – avevano deciso di stabilire relazioni diplomatiche, che però la Francia bloccò sul nascere. Ma l’opera di monsignor Costantini riuscì ugualmente a cambiare in profondità la Chiesa cattolica in Cina e, indirettamente, i rapporti tra la Santa Sede e questo grande Paese. Costantini venne inviato con un mandato molto chiaro: mettere in pratica la Lettera apostolica Maximum Illud del 1919 e applicare il nuovo Codice di diritto canonico del 1917. Sono due documenti molto significativi degli orientamenti adottati dalla Santa Sede per la Chiesa cattolica nel mondo sconvolto dalla Prima guerra mondiale. Questa enorme tragedia – 20 milioni di morti – fu la conseguenza di un grave errore compiuto dagli europei che - quasi senza rendersene conto, da “sonnambuli” - precipitarono in un conflitto da cui ebbe inizio anche la fine dell’egemonia europea nel mondo. Al tempo stesso, questa guerra segnò anche il trionfo del modello dello Stato nazionale. Tra gli effetti della Prima guerra mondiale ci fu il crollo di tre grandi imperi europei: asburgico, ottomano, zarista e il modello dello Stato nazionale cominciò a diffondersi anche fuori dall’Europa fino a diventare prevalente in tutto mondo. Nel dopoguerra, gran parte delle nuove classi dirigenti extraeuropee fecero della nascita di nuovi Stati nazionali l’obiettivo delle loro aspirazioni anticoloniali e indipendentistiche. La Santa Sede comprese questa importante svolta storica. Il Codice di diritto canonico approvato nel 1917 articola l’organizzazione interna della Chiesa in modo funzionale al suo rapporto con gli Stati nazionali e con la svolta missionaria impressa dalla Maximum illud, Benedetto XV proiettò la Chiesa cattolica verso il mondo extraeuropeo indipendentemente dalle potenze europee.
In tale contesto, l’antico obiettivo della plantatio ecclesiae e cioè della fondazione delle Chiese locali quale obiettivo finale dell’azione missionaria, assunse nuovo vigore. Propaganda Fide lo aveva sempre indicato, sin dalla sua fondazione nel 1622 e in particolare con l’Istruzione del 1659, ma in molte parti del mondo non era mai stato attuato. Anche in Cina i missionari avevano finito per pensarsi come una presenza permanente: il momento giusto per passare la responsabilità della Chiesa in mani cinesi sembrava, ai loro occhi, non venire mai. Ma il profondo cambiamento provocato dal crollo dell’Impero rese urgente questo passaggio, offrendo così una occasione storica per creare una Chiesa veramente cinese.
Nella Lettera apostolica Maximum Illud, che guidò l’opera di monsignor Costantini in Cina, l’universalismo cattolico viene declinato nel senso dell’inserimento, con pari dignità, della Chiesa in tutte le nazioni e di tutte le nazioni nella Chiesa, in un’ottica che sottolinea la sua “cattolicità” e la sua sovranazionalità. In quest’ottica, anche la formazione di clero locale diventava al tempo stesso espressione dell’universalità della Chiesa e del rispetto di questa verso tutte le nazionalità. Il missionario, inoltre, doveva diventare veramente “apostolico” distaccandosi dalla sua patria e accettando l’amore per la propria dei cattolici della nazione presso cui veniva inviato.
Negli anni Venti del Novecento la Cina non aveva ancora assunto una forma politico-istituzionale compiuta, come nei paesi democratici dell’Europa occidentale o nella nuova forma comunista che stava assumendo in Russia e negli altri paesi dell’Urss. Erano però presenti importanti fermenti e una vivace discussione in questo senso. Anche in Cina, perciò, la S. Sede ritenne che fosse opportuno operare perché, come diceva la Maximum illud, il clero locale potesse “assumere […] il governo di una cristianità. Poiché, come la Chiesa di Dio è universale, e quindi per nulla straniera presso nessun popolo, così è conveniente che in ciascuna nazione vi siano dei sacerdoti capaci di indirizzare, come maestri e guide […] i propri connazionali”.
La strada indicata Maximum illud sconvolgeva mentalità e abitudini di molti missionari europei, forti di un senso di superiorità sul clero locale che in vari casi rasentava il disprezzo, come denunciarono con molti esempi i padri Vincent Lebbe e Antoine Cotta. La lettera apostolica di Benedetto XV sottolineava con forza che la formazione del clero locale non doveva essere “una formazione qualsiasi” ma doveva essere “come quella che si suol dare ai sacerdoti delle nazioni civili”: il fine, infatti, non era formare “un clero indigeno quasi di classe inferiore” ma un clero locale in grado di assumere le responsabilità più elevate come la guida di una diocesi. Perché, denunciava la Maximum Illud, “vi sono parecchi popoli, che pure hanno già raggiunto un alto grado di civiltà sì da poter presentare uomini ragguardevoli in ogni ramo dell’industria e della scienza, e tuttavia, benché da secoli sotto l’influenza del Vangelo e della Chiesa, ancora non hanno potuto avere Vescovi propri che li governassero, né sacerdoti così influenti da guidare i loro concittadini”. E infatti, appena due anni dopo, papa Pio XI ordinò solennemente in San Pietro i primi sei vescovi cinesi dopo molti secoli. Si volle mettere fine in questo modo ad ogni forma di “colonialismo religioso” e prendere radicalmente le distanze da atteggiamenti che riflettevano la convinzione di una superiorità occidentale su tutti gli altri popoli.

L'appuntamento

L'anniversario del Concilio di Shanghai è al centro del convegno «100 anni del Concilium sinense: tra storia e presente», in programma oggi presso l'Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana a Roma e al quale il Papa invierà un videomessaggio. Interverrà il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin mentre a coordinare i lavori saranno al mattino la responsabile dell’edizione cinese dell’Agenzia Fides, nel pomeriggio sarà il professor Agostino Giovagnoli.

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