venerdì 3 novembre 2023
Parla il vescovo Gianni Sacchi. Il ruolo che la comunità ecclesiale svolge sul territorio. La proposta religiosa, culturale e l'impegno della carità, sempre guardando avanti
Il vescovo di Casale Monferrato, Gianni Sacchi

Il vescovo di Casale Monferrato, Gianni Sacchi - Diocesi di Casale Monferrato

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Esiste da oltre mezzo millennio. La diocesi di Casale Monferrato, eretta da papa Sisto IV con bolla del 18 aprile 1474, da sei anni è guidata da monsignor Gianni Sacchi. Il prossimo 12 novembre solennità del patrono sant’Evasio, si aprirà l’Anno giubilare alla presenza del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin nominato legato pontificio da papa Francesco.

Monsignor Sacchi racconta cosa è oggi la diocesi, con poco meno di 100mila abitanti e 115 parrocchie. Una Chiesa che si sta confrontando con cambiamenti epocali, soprattutto di questo ultimo decennio, cambiamenti che sono stati ancora più acuiti dalla pandemia, che «ci han fatto ripensare a tante cose. La nostra diocesi – riflette Sacchi – è una Chiesa locale che si interroga sul suo futuro, consapevole che se non si cambia ci si spegne, si è improduttivi e si diventa sempre più sterili e quindi una Chiesa che vuole uscire da una pastorale fotocopia per essere una Chiesa che vive ciò che insegna». Una Chiesa locale adagiata sullo splendido Monferrato, un tempo crocevia del Piemonte. «Tutti gli ordini religiosi – ricorda – avevano la loro chiesa, ora gli ordini non ci sono quasi più ma abbiamo una ricchezza artistica straordinaria. Non dobbiamo dimenticare che la stessa città di Casale esiste perché ci fu il primo vescovo nel 1474 (Bernardino de Tebaldeschi)».

Come è utile oggi la diocesi al territorio?

La nostra diocesi è un centro propulsore di cultura. La rete delle parrocchie è un collante alla dispersione, la proposta culturale è uno stimolo ad un continuo approfondimento: teologico e biblico, alla nostra storia, alla nostra cultura. La diocesi è un centro creativo e di bellezza. Il desiderio di valorizzare i tesori che abbiamo non è al fine di aprire dei musei, ma per dire che qui c’è stata una storia che ha creato cose belle che possiamo utilizzare per l’evangelizzazione di grandi e bambini. Centrale poi il ruolo della Caritas che sta realizzando moltissimo, con grande attenzione per le povertà, i disagi e l’accoglienza.

E al servizio della società casalese?

Il nostro territorio è molto frammentato per cui la diocesi crea un forte stimolo di unità. Ho sperimentato come la figura del vescovo sia importante per unificare. In questo periodo sono in visita pastorale alle unità pastorali dove incontro i sindaci, tutti desiderosi di un confronto per cercare insieme il bene comune.

Una diocesi in dialogo, con chi?

Soprattutto con le nuove generazioni per cogliere i loro bisogni, le ansie, le difficoltà. Ci confrontiamo con giovani indifferenti (anche adulti) al fatto religioso, non sono contrari, non si pongono tanti interrogativi. Ma è solo apparenza, se si intercettano davvero e si parla con loro emerge il desiderio insopprimibile che c’è nel cuore di ciascuno, che è la sete di infinito. A Casale c’è poi una piccola comunità ebraica che mantiene le sue radici con la bellezza della sinagoga, con loro si vive un dialogo ecumenico.

Qual è il senso di una diocesi oggi?

Con le sue parrocchie è la Chiesa viva che su un preciso territorio annuncia una presenza, che non deve dimenticare ciò che è costitutivo della sua missione: l’annuncio della Parola in diocesi. Nell’assemblea diocesana di settembre ho chiesto che partisse, come atto di obbedienza al vescovo, non un consiglio quindi, l’iniziativa «Il Vangelo nelle case». I cristiani apriranno la loro casa una sera a settimana, invitando vicini e amici per confrontarsi con il Vangelo della domenica. I battezzati si riappropriano del Vangelo e lo fanno parlare attraverso il fatto di essere battezzati, non è un’esclusiva dei preti, di frati e delle suore, dei vescovi, il Vangelo è una parola per tutti che il Signore ci ha lasciato e quindi questa Parola se ascoltata e condivisa in un clima di preghiera parla al nostro cuore. Altro punto fondamentale è l’Eucaristia, quindi puntare molto su una Eucaristia ben celebrata non frettolosa, esemplare per la bellezza, coinvolgente che davvero arricchisca e attragga come l’amore. E poi la carità. La Parola, l’Eucaristia la carità vissuta: è questo il senso della diocesi. Poi responsabilità dei laici che sono corresponsabili e non semplici collaboratori, per vivere una Chiesa in uscita come ci invita papa Francesco nell’Evangelii gaudium. Consapevoli che si deve lavorare tra comunità. Dobbiamo mettere insieme le povertà che abbiamo per costruire una ricchezza. Da soli non si va da nessuna parte, questo è quello che sto insegnando ai preti, ai laici di ogni comunità, dobbiamo davvero mettere insieme le risorse, le idee e le intuizioni.

Già 550 anni alle spalle, cosa desidera lasciare come eredità per il futuro?

Vorrei consegnare una Chiesa di pietre vive, una Chiesa che non guarda al passato, al si è sempre fatto così. Il mio desiderio è una Chiesa viva ben consapevole delle richieste, della ricchezza e delle potenzialità che ci sono nel popolo di Dio che occorre davvero stimolare e far emergere con un invito alla conversione pastorale. Significa rimettersi in gioco, ripensare a come essere Chiesa.




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