martedì 14 luglio 2015
COMMENTA E CONDIVIDI
A sette anni dalla morte, un’analisi dello scrittore e critico letterario di «Avvenire» Giuseppe Bonura sulla letteratura: perché il male prevale sul bene? Un’estetica possibile del silenzio. Può la letteratura essere ottimista? Può la letteratura essere pessimista? Platone bandiva i poeti della sua repubblica, a meno che non elevassero inni agli dei. Aristotele giudicava la tragedia (si pensi: la tragedia!) assai «buona» poiché depurava gli animi, li ripuliva dello strato di ignobili passioni che vi allignavano. Dunque, già Platone, già Aristotele vedevano nella letteratura (e non importa che fosse scenica) la bipolarità male-bene. Perché di fatto di questo si tratta, infine: di equiparare il pessimismo al male, e l’ottimismo al bene; e di capire per quale recondita ragione la letteratura, produttrice di Bellezza quasi per definizione, sia sostanza e veicolo del Brutto, del Difforme, dell’Immora-lità, insomma del Negativo. In realtà, credere in un destino oscuro della storia non è per sé optare per il male: il pessimismo potrebbe pur sempre coincidere con una impossibile nostalgia del bene. Tuttavia, chi opta per un destino oscuro della storia, può arrivare ad accettare l’idea che il male è inevitabile: e in questo orientamento etico c’è un grosso rischio. Una serie di estetiche (dalla tomista alla hegeliana, dalla crociana a quella di cento altri) hanno cercato di venire a capo di questa dicotomia, di questo autentico scandalo della ragione letteraria. Con il risultato di spingerci a chiedere, per l’ennesima volta, che cosa significano il pessimismo e l’ottimismo in letteratura. Niente, verrebbe voglia di rispondere subito. Se una poesia è una poesia, il male in essa non può entrare. (Una parentesi per una precisazione terminologica: d’ora in avanti assimileremo la letteratura alla poesia tout court). Baudelaire, Rimbaud, Flaubert, Joyce (le loro opere, ovviamente) sono stati, sono dei corruttori? Se lo sono stati, e se lo sono ancora, è giocoforza ammettere che non la singola opera è colpevole, è malefica, bensì tutta la letteratura «che conta». Però, ecco, ci viene un sospetto: che proprio nella letteratura che conta taluni critici «moraloni» (l’aggettivo è di Gadda) si accaniscano a estrapolare il gheriglio del male, il verme del pessimismo, la tenia del negativo. Dopo di che si accingono con zelo penoso a disinfettare tutto e a erigere cordoni sanitari. Che quei libri non entrino nelle scuole, né nelle famiglie timorate; o, se proprio devono entrarvi, siano corredati di un commento che spieghi come e perché l’autore è incorso in una interpretazione malvagia, o erronea, della realtà. Ma più fruttuosa appare l’altra tecnica, che consiste nel caricare di valore «positivi» la letteratura «che non conta»: cioè quella edificante, o agiografica, o consolatoria. Salvaneschi contro Landolfi, al limite: un bel match, non c’è che dire. Ma si dà il caso che Salvaneschi (o gli attuali epigoni dei nipotini di padre Bresciani) siano gli autentici portatori del negativo, gli apologisti inconsapevoli della stupidità morale. (Ci stiamo rendendo conto di fare un discorso ritardato, ma la cultura italiana delle «istituzioni» è spaventosamente ritardata). Il fatto è che la letteratura che conta ha sempre intrattenuto ringhiosi rapporti con il positivo. E non è per un diabolico capriccio del Manzoni se I promessi sposi  sprigionano altissima poesia soltanto quando la rappresentazione è tutta immersa nella peste. Anche Manzoni sapeva che con i buoni sentimenti non si fa letteratura. E prima di lui Leopardi, e prima ancora Dante, e prima di tutti Omero. Ma a volere seguitare il discorso sulla letteratura pessimista e la letteratura ottimista, senza agganciarlo al discorso più generale sulla cultura di una determinata società, è come pretendere di spiegare una stella prescindendo dalla sua costellazione e dalle leggi della astrofisica. Ogni società (civiltà) ha la letteratura che si merita. L’idillio, l’arcadia, il petrarchismo, le «pastorellerie» fiorirono in strutture sociali sostanzialmente omologhe a quelle forme estetiche. Omologhe, si dice, e non analoghe: questo per non attirarci l’accusa di determinismo volgare. E allora guardiamoci un poco intorno e buttiamo là la domanda: che cultura abbiamo? Abbiamo per caso una cultura «negativa»? Cioè una cultura che nega la realtà che ci è dato sperimentare ogni giorno? Così può sembrare a chi confonde le parole con le cose. La cultura della società capitalistica è, in lungo e in largo, «positiva». È una cultura che si autoglorifica, che eleva raccapriccianti monumenti al male che ha in sé e che spaccia per il bene. Se qualcuno ha l’impressione che siamo usciti fuori dal seminato, vorremmo rispondergli che non possiamo trastullarci con l’idea di una letteratura «capace da sola di cambiare il mondo» o, più arditamente, «capace di cambiare le coscienze». Secoli e secoli di letteratura non hanno mai cambiato nulla. La letteratura (poesia) non è riuscita a impedire alcuna turpitudine, nessun massacro, neanche una guerricciola. La letteratura canta sempre sulle macerie e sulle rovine, che pure aveva previsto. Claudel prega in versi sublimi, ma poi arrivano i nazisti e si servono inconsapevolmente di quei versi, di quel ritmo per rendere più armonica la scarica dei plotoni d’esecuzione. Bernanos urla tra i cimiteri sotto la luna, ma poi il Caudillo decreta che i cimiteri siano chiamati fosse comuni, e istituzionalizza la ferocia. (Ma prima del Caudillo c’erano state altre menti, altre associazioni, altre alate Istituzioni!) I poeti russi dell’epoca staliniana, quanto a loro, alcuni si suicidarono, altri «vennero suicidati». C’è sempre un Platone sanguinario che cancella dalla faccia della terra i poeti che si rifiutano di elevare inni agli dei. Tuttavia la letteratura non demorde, non tace: muore e risorge dalle sue ceneri. In ogni occasione mostra il volto dell’immortalità. Non saremo noi a negare l’evidenza. Neghiamo semplicemente che questa invulnerabilità della letteratura sia intrisa di ottimismo. Scrivere è un duello con la morte, e s’indovini un po’ chi vince. Che almeno lo scrittore sappia di essere una lepre travestita da cane cacciatore. Lo sappia, come l’hanno saputo i massimi di questo e di altri tempi: Flaubert, Proust, Joyce, Kafka, Musil, Bernanos, Montale, Gadda, Landolfi, Beckett, eccetera. L’impulso a scrivere nasce da un istinto da lepre, e colui che ne è consapevole riuscirà almeno a fare correre il più velocemente possibile la sua lepre. Non l’hanno saputo i neorealisti, e sono finiti dove sono finiti. Invece i neoavanguardisti, che lo sapevano, usarono uno stratagemma strepitoso: si coprirono con pellicce di lupo e partirono zanne in resta contro i cani. Il sinistro stridore di quella tragicomica battaglia di mascelle lo abbiamo ancora nelle orecchie. Come in un apologo di Orwell, i mastini multinazionali sono padroni dal campo, e governano con metodi assolutistici e sofficemente terroristici. C’è chi si è arreso senza condizioni, e ha deposto le braccia e la penna. Altri hanno scelto la milizia politica, esonerando la letteratura dai loro interessi. Altri ancora, si sono dati a una sorta di lavoro letterario-sindacale. Ma i più continuano a scrivere come se nulla fosse accaduto, come se la letteratura stesse in cielo e la politica in terra, e vade retro i contatti: potrebbe macularsi la presunta purezza della parola poetica. Susan Sontag ha scritto un bellissimo saggio sull’estetica del silenzio, implicita in tutta la letteratura e l’arte contemporanea. Cambiando i termini, ma non la sostanza, al fatalismo ignavo dello storicismo idealistico, noi opponiamo l’ottimismo della «intelligenza del negativo».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: