martedì 30 agosto 2011
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Il capitano Hugo, un uomo di trent’anni, alto e robusto, con una barba folta che lo faceva sembrare più vecchio, fu molto stupito quando seppe di essere convocato dagli Arconti. Questi ultimi non apparivano mai in carne e ossa. Si manifestavano su grandi schermi a 3D, vestiti con tuniche bianche bordate di rosso fiamma. E così governavano il Satellite Minosse, un gigante dello spazio orbitante intorno alla Terra, dove una parte dell’umanità si era insediata, una volta che il pianeta, dopo una serie di calamità sempre più gravi, era risultato inabitabile. Il capitano Hugo era nato sul Satellite Minosse. Non conosceva la Terra se non per averne visto le fluorescenze bluastre da grandi oblò e per averne sentito parlare a lungo dalla nonna materna, che era stata terricola, e che ora viveva con lui nel Modulo Abitazione, uno dei quattro in cui il Satellite si divideva. Gli altri tre erano il Modulo Agricoltura e Pastorizia, il Modulo Foreste e il Modulo Mare. I Moduli erano disposti a croce greca, e nel mezzo, nel Centro Polis, sotto una cupola altissima dove erano tutti i dispositivi di comando, stavano gli Arconti, scienziati o discendenti di scienziati che avevano progettato il Satellite. Il capitano Hugo vi entrò quel giorno pieno di timore e di reverenza. Su uno schermo davanti a lui, ecco l’Arconte Polemarco. Fatto di nessuna sostanza, eppure perfettamente visibile, tangibile quasi. L’Arconte parlò, Hugo si limitò a cenni del capo in segno di assenso. Nessuno aveva diritto di parola davanti agli Arconti. La missione che gli fu affidata lo riempì di una specie di entusiasmo che non aveva mai provato. Nell’atmosfera artificiale e regolata alla perfezione del Satellite, nessuno provava mai entusiasmo, nessuno passioni forti. Tornò a casa annunciandola alla nonna. Che pianse di commozione quando seppe che il nipote avrebbe assunto il comando di uno shuttle, di nome Teseo, che per la prima volta sarebbe disceso sul pianeta Terra, dopo tanto tempo. Era stato avvistato uno strano movimento nel triangolo di mare tra dove erano state un tempo le città di Genova e di Livorno e l’isola della Corsica. Bisognava andare a scoprire di che cosa si trattava. Il viaggio fu breve. Lo shuttle Teseo ammarò nel punto predestinato. Era stato progettato per trasformarsi in una imbarcazione. Gli uomini dell’equipaggio constatarono che funzionava e salutarono quel movimento in mezzo alle onde con un applauso festoso. A uno a uno uscirono lentamente da sottocoperta, su quella parte dello shuttle che era diventata simile al ponte di un rimorchiatore. Avevano tute termiche e maschere a ossigeno. Seguendo l’esempio del capitano Hugo lentamente, con tutta la cautela possibile, le tolsero. Respirarono l’aria, odorarono il vento. Sentirono il salino impiastrargli la faccia. Era evidente che l’atmosfera terrestre era di nuovo respirabile, ma la scoperta li rese diffidenti: sia il sottufficiale MacLir sia i soldati Yang Zi e Rebecca Grant e persino il robot ottopode chiamato Dedalo, del modello X16 Tortoise, si erano preparati a resistere contro le condizioni terribili e avvelenate in cui gli Arconti avevano dipinto la Terra. Ora navigavano serenamente su un mare costellato di piccole isole, sotto un sole caldo e in una luce abbagliante e cangiante che non avevano mai neppure immaginato, nei Moduli del loro Satellite. Si spogliarono delle tute, rimasero in calzoni corti e con una maglietta leggera. Quando avvistarono un movimento sul mare, passò al timone il capitano Hugo e diresse verso dove si levavano quegli spruzzi alti, che erano simili a schiume di onda ma non erano onde. Erano animali dalla testa lunga e dal corpo affusolato, flessibile, da cui sporgeva una grande pinna. Non ne esistevano così sul Satellite, ma Hugo, grazie ai racconti uditi dalla nonna, fu in grado di dare loro un nome: erano delfini. La specie era considerata estinta da tempo, come quella delle balene, e come quelle di tanti animali del mare, della terra e del cielo. Hugo diede subito la notizia all’Arconte Polemarco. L’ordine che arrivò fu inappellabile. Ucciderli. Il primo, l’unico a sparare contro uno dei delfini che intanto si erano avvicinati e stavano intorno allo shuttle fu Yang Zi. Lo colpì, se ne vide sanguinare la testa prima che si rivoltasse in mare e morisse. Hugo gli strappò l’arma di mano. Di istinto, senza sapere il perché. L’Arconte Polemarco, sullo schermo interno allo shuttle, ripeté l’ordine. Bisognava sparare anche agli altri esemplari. Questa volta fu il sergente MacLir che mirò a uno dei delfini. Ma nell’euforia dell’ammaraggio aveva bevuto quattro o cinque bottiglie di birra, e barcollava: il colpo non andò a segno. E i delfini scomparvero. La notte venne serena e gremita di stelle. F u durante il turno di guardia di Yang Zi che i delfini attaccarono. Erano un branco intero, e saltarono contro la fiancata dello shuttle, la colpirono e la scossero, Yang Zi cadde in mare. I suoi urli svegliarono tutti. MacLir si tuffò subito, ma ancora gonfio di birra com’era non fu evidente se voleva portare soccorso o se precipitò in quel gorgo nero anche lui. Il capitano Hugo, che si gettò in acqua a sua volta, fece il suo dovere sino in fondo, ma non riuscì a riportare vivo a bordo nessuno dei suoi uomini. Lui stesso stentò a risalire, mentre Rebecca gli tendeva disperatamente le braccia. Ancora umido e sconvolto comunicò l’accaduto. Le disposizioni degli Arconti non mutarono. La caccia doveva continuare. L’indomani non vi fu nessun avvistamento. Il giorno dopo neppure. Lo shuttle trasformato in imbarcazione si avvicinava alla terraferma. Hugo e Rebecca si godevano lo spettacolo di paesaggi variati, impervi, assurdi se paragonati a quelli del Satellite Minosse. Quando apparvero di nuovo i delfini, né lui né lei si sentirono di usare le armi contro di essi. Per la prima volta, qualcuno disobbediva agli Arconti. Dedalo, il robot ottopode, si fece loro incontro minaccioso. I suoi otto bracci meccanici erano in grado di impossessarsi di entrambi e di stritolarli. Ma l’addestramento del capitano Hugo aveva previsto anche casi come quello: lo scontro con un non-umano, sino a disattivarlo. Ne riportò tagli e ferite che Rebecca gli curò amorosamente. Portarono lo shuttle sino a arenarsi in una spiaggetta circondata da rocce altissime. Videro, con una emozione mai provata, una cascata di fiori azzurri a campanula, tutti rivolti verso il disco del sole. La Terra era abitabile. Gli Arconti volevano far credere di no per poter continuare a governare con il loro potere assoluto il Satellite Minosse. Il capitano Hugo e Rebecca Grant non avevano ormai altra scelta che restare dov’erano. Ricominciare. Si abbracciarono piangendo. I delfini saltavano in mare sotto l’orizzonte.
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