mercoledì 17 ottobre 2012
Per strada, in una piazza del centro. Mentre cammino, mi supera una donna che parla al telefono. Le cade un guanto e non se ne accorge. Mi fermo a raccoglierlo, la raggiungo e glielo do. La donna lo prende e continua a parlare al telefono. Nemmeno mi vede. Resto immobile, la guardo allontanarsi. Una prima considerazione, per scuotermi dallo sconcerto, la più ovvia, e ormai la più banale: il telefono, celebrato mezzo di comunicazione della nostra epoca, può isolare. Ovunque, persone al telefono che parlano con persone che hanno accanto altre persone che parlano al telefono, mettendo spesso in attesa quelli con cui parlano per rispondere ad altri che telefonano. Chi parla? Chi ascolta? Chi risponde? Chi comunica con chi e per quale impellente motivo? Seconda considerazione, più meditabonda, mentre riprendo a camminare sulla piazza. L'attenzione, quella che fa difetto alla signora telefonante, ha nella sua radice etimologica il tendere verso, il badare a qualcosa, e per estensione di significato il dedicarsi con impegno, l'accudire, o un gesto gentile, la cortesia: «è pieno di attenzioni». Contiene anche l'aspettare (da «tendere» + «ad»). Si potrebbe aggiungere: l'istante in cui l'attesa lascia intravedere un'apertura, un'illuminazione? Quello che in molte tradizioni spirituali si dice un risveglio? Pronto!
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